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Salvatore Esposito si racconta: “Da piccolo ho rifiutato di diventare come Savastano. Lo Stato non c’è nelle periferie”

Salvatore Esposito si racconta: “Da piccolo ho rifiutato di diventare come Savastano. Lo Stato non c’è nelle periferie”. L’attore napoletano si racconta partendo dall’adolescenza vissuta in periferia. Di seguito alcuni passaggi dell’intervista rilasciata a ‘Il Corriere della Sera’.

Il successo di «Gomorra», il cinema, ora anche un noir esoterico, «Lo sciamano». Si aspettava tutto questo quando, da bambino, giocava in una periferia difficile di Napoli?
«Sì e no».

Spieghi meglio.
«No perché mi chiamo Salvatore Esposito, sono figlio di un barbiere e sono cresciuto a Mugnano, dove una volta ho assistito anche a una sparatoria. Con un morto. E sì perché ho avuto una famiglia che non mi ha mai lasciato solo».

Curioso destino, il suo: una vita passata a scongiurare una carriera nella criminalità e ha finito per diventare Genny Savastano, simbolo tragico del male.
«Ma le dirò di più. Avevo sei anni quando, in un villaggio turistico di Sibari, presi il microfono e intonai un brano di Fred Buscaglione, Il dritto di Chicago. Mai avrei immaginato, più di vent’anni dopo, di interpretare un gangster simile in Fargo, la serie dei fratelli Coen».

[…] Mugnano di Napoli. Com’è stata la sua infanzia?
«Giocavamo nelle stradine, nei cortiletti. Intorno a noi avveniva di tutto. Una volta sentimmo degli spari: scappammo e per un po’ non ci facemmo vedere. Poi tornammo e fummo avvicinati da un ragazzo un poco più grande che ci disse: se volete, vi proteggo io. Eravamo piccoli, capisce?»

Trappole insidiose.
«Io risposi d’istinto: no. Così anche alcuni miei amici, mentre altri accettarono quella protezione. Non li ho più visti, so che alcuni non ci sono più. Le periferie, e intendo tutte, da Milano a Palermo passando per le città del centro Italia, sono difficili. Però quando qualcuno dice che comunque una scelta tra il bene e il male c’è sempre e che sta a noi fare quella giusta, forse non ha mai vissuto in certe periferie».

Salvatore Esposito si racconta: “Da piccolo ho rifiutato di diventare come Savastano”

Perché?
«Perché in certi posti la scelta non c’è. Non ci sono le famiglie, travolti dai problemi. Non c’è lo Stato, cosa che Gomorra ha narrato. Se va bene c’è un prete coraggioso».

In che modo la sua famiglia le è stata vicino?
«Per esempio incoraggiandomi a imparare le lingue, ripetendomi che il mondo non era il nostro condominio. Non è scontato quando nasci in certi posti: cresci con l’illusione che basti parlare in italiano. No, io ho imparato l’inglese, il francese e lo spagnolo. Il napoletano l’ho sempre coltivato. Così ho potuto recitare in francese con Luc Besson (nel film Taxi 5, ndr) e in inglese con i fratelli Coen».

Quando si cresce in certi posti è difficile anche solo «immaginarsi» dentro un destino fatto di grandi cose.
«Infatti dopo gli studi mi misi a lavorare al McDonald’s, dove sono rimasto sei anni. E ricordo quella notte in cui, tornando a casa, mi dissi: ma è questo ciò che vuoi fare?»

E così si trasferì a Roma per studiare recitazione.
«Anche qui la famiglia è stata fondamentale. Quando dissi che volevo fare l’attore, mamma e papà non si limitarono a dirmi “bene, fai quel che vuoi”. No, ci sedemmo e cominciammo a pensare a come fare. Quale scuola, quale strada, quale contatto coltivare. È una sfumatura importante, il confine tra lasciare libertà ad un figlio e seguirlo con attenzione e fermezza».

È stato difficile all’inizio?
«Come per moltissimi altri attori. I miei non erano ricchi, io lavoravo e studiavo».

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