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Spettacolo

Riccardo Cocciante: “Notre Dame diverso per un motivo. Lockdown? Ne ho approfittato per fare un’altra cosa”

Riccardo Cocciante: “Notre Dame diverso per un motivo. Lockdown? Ne ho approfittato per fare un’altra cosa”. Riccardo Cocciante su Notre Dame è non solo, il cantautore Italo francese racconta l’ultimo spicchio della sua lunghissima carriera in una intervista a ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Come è nata l’idea di Notre Dame?
«È nato tutto al di fuori di ogni intervento esterno. Io e l’autore delle liriche originali Luc Plamondon abbiamo scritto tutta l’opera senza che nessuno avesse sentito un’aria. Non l’abbiamo fatto “per qualcuno”. Non avevamo nemmeno l’idea di farne uno spettacolo. Questi tipi di show, di solito, vengono richiesti da un produttore. Invece, nel nostro caso, lo abbiamo fatto per noi».

Poi, però, vi siete accorti di avere tra le mani un progetto unico nel suo genere…
«Sì, abbiamo deciso di presentarlo a un produttore francese che però, arrivando, ci ha detto: “Non ho alcuna intenzione di farlo. Sono venuto cortesemente ad ascoltare e basta”. Quel giorno mi sono messo al pianoforte. Luc era al mio fianco. Glielo abbiamo fatto ascoltare dall’inizio alla fine. Non è stato così semplice (ride, ndr). Alla fine si era convinto. Ci ha fatto firmare subito e abbiamo portato in scena Notre Dame in Francia».

Riccardo Cocciante: “Notre Dame? Il produttore non voleva farlo, poi…”

Quattro anni dopo, nel 2002, è arrivato anche il debutto in Italia. Come è avvenuto?
«Abbiamo invitato David Zard al Palazzo dei Congressi, in Francia. È rimasto a bocca aperta. Però una cosa è funzionare in Francia e un’altra è funzionare in Italia. Non è scontato. In Italia, poi, non c’era alcun tipo di tradizione per questo tipo di rappresentazione. Una volta che si è convinto a portare Notre Dame anche in Italia ha detto: “Facciamolo, ma ci dev’essere un livello altissimo”. Si è chiesto come potessimo lanciare questo spettacolo. E ha creato un teatro nuovo, che non c’era prima. Un teatro grandissimo, a Roma. Questo è stato importantissimo perché Notre Dame è una vera opera popolare».

Ci tiene molto a questo aspetto. Perché?
«Perché mi piace andare verso la gente, in mezzo ala gente. Anche negli stadi, se possibile. Non ho l’ambizione di andare nei teatri d’élite. E poi avere grandi spazi permette di avere un biglietto che costa meno. Significa poter portare lo spettacolo a persone di diverse estrazioni sociali. Io considero il pubblico come un’intelligenza globale».

Cioè?
«Lo reputo intelligente. Spesso recepisce delle cose in maniera più precisa rispetto alla gente “del mestiere”. Le faccio un esempio. Battisti fece uscire un singolo con un lato A (quello su cui puntava il suo team di lavoro) e un lato B (tradizionalmente considerato come quello più “inutile”). Come lato A c’era la canzone Anna, che arrivò comunque in classifica perché stiamo parlando di un artista enorme come Battisti. Ma dopo un po’ il disco di fatto si rovesciò perché il pubblico continuava ad ascoltare il lato B. Era Emozioni. Il pubblico l’ha scelta, mentre “il mestiere” aveva detto di no, considerandola come una canzone troppo colta, complicata e riflessiva».

Riccardo Cocciante: “Notre Dame diverso per un motivo”

[…] Come ha vissuto questi mesi di convivenza con il Covid-19?
«È stata dura per tutti. Viviamo in una società, siamo abituati a collaborare con gli altri. In quel momento c’era solo il telefonino per comunicare: una tragedia (ride, ndr). Però ne ho approfittato per fare un’altra cosa: ho creato un’altra opera».

[…] Le fa paura l’idea di poter essere inserito in categorie definite?
«No, paura no. Però io sono fatto così. Dove mettermi? Dove piazzarmi? Non sono rock. Non sono troppo melodico. E non sono nemmeno romantico (Bella senz’anima, tra l’altro, non è proprio l’emblema del romanticismo…). Faccio parte di tutte le categorie e di nessuna. Mi piace l’eccesso, il coraggio di presentare una cosa diversa rispetto a quello che si sta facendo in un determinato momento».

C’è qualche giovane artista che oggi lo sta facendo?
«Stromae senza dubbio. Propone una bella unione tra la canzone cantautorale “alla Brel” e il rap. Ma anche i Måneskin. Sono fuori da ogni categoria. È importante che ci siano personaggi che si prendano la responsabilità di rompere il sistema. Loro sono veramente hard rock. Hanno coraggio».

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