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Spettacolo

Renato Zero: “Famiglia? Non ci ho mai provato per un motivo preciso. Che insulti quando uscivo truccato, oggi è diverso”

Renato Zero: “Famiglia? Non ci ho mai provato per un motivo preciso. Che insulti quando uscivo truccato, oggi è diverso”. Renato Zero sulla famiglia, il successo, e non solo, il cantautore romano, 73 anni, ripercorre le tappe della sua vita non solo professionale in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Dal 13 marzo a Roma per otto date, a giugno a Bari e Napoli, collezionano sold out.
«Il successo è una bestia feroce. O lo tieni a bada o fa disastri. Non mi ci sono mai abituato. I miei 73 anni mi sembrano un boato, ma non si finisce mai di conoscere e non si inventa mai abbastanza».

[…] A Firenze, al debutto dei nuovi live, ha raccontato che una piazza del suo letto è vuota.
«Venire da una famiglia strafelice rallenta l’entusiasmo: è riuscito tanto bene a loro perché ci devo riprovare io? Mi pare un’impresa titanica. Preferisco, da sempre, un’amicizia salda. Non importa da quale genere provenga, anche se, di dieci amici, sette sono femmine e tre maschi: la donna ha preso di diritto una posizione molto alta nella hit parade della credibilità».

Mamma Ada, un esempio.
«Quando penso a lei mi vengono in mente la sua devozione verso mio padre, il sacrificio di salire la scalinata di Trinità dei Monti tre volte al giorno: per portare i figli a scuola dalle suore francesi del Sacro Cuore, consegnarci il pranzo nel cesto di vimini e venirci a riprendere. E lavorava pure in ospedale, al Santo Spirito. Si dice: le donne di una volta avevano una fibra incredibile. Ce l’hanno pure oggi, solo che l’uomo non ammette di avere perso».

Renato Zero: “Famiglia? Non ci ho mai provato per un motivo preciso”

[…] Cosa le manca?
«Non ci sono più i luoghi dove il dialogo è favorito. C’è una leggerezza e un degrado che fanno paura».

Di chi è la colpa?
«Montecitorio è lontano dalla vita del Paese. C’è una distanza abissale fra un politico e l’alzata alle 5 di un muratore. Ricordo Berlinguer, Almirante, Andreotti andare nelle periferie per ascoltare le voci più esili. Ora i politici li vedo molto in tv e poco nella vita».

A destra o a sinistra?
«Seguire un partito è una scelta autonoma. Ma non deve mancare l’obiettività».

Il filosofo e politico di sinistra Mario Tronti, cugino di sua madre, disse che lei è un uomo del popolo.
«È come se avessi vinto un Oscar, perché sono parole di una persona che ha conquistato stima e credibilità. I genitori avevano un banco di odori ai mercati generali, ma riuscirono a farlo studiare. Ho sempre invidiato le persone colte, trovarmi di fronte a qualcuno che aveva guadagnato una laurea era uno smacco perché sapevo che non avrei mai intrapreso quel cammino. Però mi inorgogliva che si prendesse cura degli operai, delle persone che non riuscivano a difendersi».

Renato Zero: “Che insulti quando uscivo truccato, oggi è diverso”

[…] A Rino Gaetano regalò un cappello per Sanremo.
«Diceva che il suo cilindro di feltro era troppo pesante, così gli portai da casa una tuba nera. Leggerissima. Rino è stato per me una prospettiva mancata. Quando uscivamo insieme era pieno di verve, un vulcano. Qualcuno dei nostri amici mi avvertì: Rino ha un equilibrio labile. Andandosene via all’improvviso mi ha tolto l’opportunità di aiutarlo e questo mi ha ferito».

Sul palco con Elodie.
«Mi ha cercato lei, ma io non vedevo l’ora che mi chiamasse, ha un’enorme energia. Voleva cantare Mi vendo. Io: «No, amore. Hai delle corde formidabili, da grande interprete, meglio Nei giardini che nessuno sa”. E credo si sia commossa in scena perché ha scoperto quella dote».

Lei alla Montagnola ed Elodie al Quartaccio: siete cresciuti nella periferia romana.
«Per me anni complessi ma di formazione. È stato l’unico momento in cui mi prendeva l’inquietudine: quando uscivo da casa, truccato e con le piume, e speravo di tornarci sano. Ho accumulato insulti irripetibili, forse li racchiuderò in un libro. Ma le difficoltà danno coraggio. Poi è arrivato l’armistizio, la gente ha capito che la mia era una sfida con me stesso e contro i tabù».

Di schiaffi ne ha presi.
«Sì, la sconfitta di Fonopoli… la chiusura del tendone di Zerolandia, quando un prefetto mi tolse le ali facendo mettere i sigilli. Ma oggi vivo in un abbraccio continuo: ciao Rena’, abbello, maestro. Non voglio la Croce di Cavaliere del Lavoro, però mi stupisco che molte persone vadano via senza aver ottenuto neanche un grazie dalla vita».

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