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Filippo Maniero: “Lavoro? Campo di rendita, è possibile solo a una condizione. Così ho capito che dovevo smettere”

Filippo Maniero: “Lavoro? Campo di rendita, è possibile solo a una condizione. Così ho capito che dovevo smettere”. Filippo Maniero sul lavoro, che non ha, e non solo, l’ex calciatore padovano, 51 anni, parla della sua vita dopo aver appeso gli scarpini, in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Maniero, cosa le ha dato il mondo del calcio negli anni in cui era professionista?
«Mi ha dato tutto. Fama, soldi, popolarità, mi ha permesso di trasformare in un lavoro una mia grande passione. Io ero figlio di un operaio dell’Enel, venivo dal basso, da una famiglia umile e che viveva in modo essenziale. Da mio padre ho imparato a gestire il denaro, a non fare mai il passo più lungo della gamba».

Filippo Maniero: “Lavoro? Campo di rendita, è possibile solo a una condizione”

Come si è sentito quando la sua professione economicamente ha cominciato a darle grandi entrate?
«Non mi sono mai montato la testa. Era una sensazione nuova, io che dovevo stare attento a tutto improvvisamente non avevo più alcun problema. Ma dentro di me c’è sempre stata la consapevolezza che un giorno quel privilegio sarebbe finito. Per questo già allora cominciai a mettere via soldi affidandomi a chi ancora oggi mi amministra il patrimonio».

Che indicazioni gli ha dato?
«Nessun investimento rischioso, nessuna manovra spericolata. Sempre il passo lungo quanto la gamba, come mi insegnò mio padre da quando ero piccolo».

Quindi un calciatore può vivere di rendita?
«Se arriva ad alti livelli e ha la testa sulle spalle assolutamente. Dirò di più, per me è una cosa assolutamente normale. Ho avuto una grande fortuna e ho cercato di non dilapidarla, mi sono concesso qualcosa, ho rinunciato all’auto che costa quanto una casa, alla scarpa firmata, a qualche altro vizio di cui si può benissimo fare a meno».

Cosa fa lei attualmente?
«Non ho un lavoro vero e proprio. Mi sono fermato da due anni, dopo aver allenato in categorie dilettantistiche con il patentino di base».

Non le hanno mai offerto un ruolo dirigenziale nelle serie professionistiche?
«A livello professionistico mai. Devo dire, però, che non mi è mai interessato particolarmente. Non l’ho cercato e ho sempre pensato che se qualcuno avesse avuto bisogno di me sapeva dove trovarmi e ne avremmo parlato»

Filippo Maniero: “Così ho capito che dovevo smettere”

Lei è sempre stato una sorta di antidivo del mondo del pallone. Lontano dal mondo di veline e calciatori di molti suoi colleghi
«Non mi è mai interessato. Io ebbi la fortuna di conoscere mia moglie Elisa quando avevo 19 anni e facevo il militare. Giocavo già a calcio (“ma non era ancora famoso, non l’ho sposato per quello”, ride Elisa accanto a lui) e altro non mi interessava. Con lei ho fatto due figli, Andrea e Riccardo».

[…] I suoi due figli giocano a calcio?
«Entrambi. Il primo in Seconda categoria nella squadra del paese, il secondo ha 15 anni ed ha ancora tempo per combinare qualcosa. Vedremo… Ma a me basta che siano felici, tutto il resto è un di più».

[…] Com’è stato il momento in cui appese le scarpe al chiodo?
«So che per molti è un passaggio delicato e difficile. Io mi sentii stralunato e fuori fase due giorni, poi passò tutto. Ero consapevole di aver chiuso un capitolo della mia vita e avevo fatto 17-18 anni di carriera importanti. Non mi ero trovato nelle condizioni di Van Basten, tanto per fare un esempio, che fu costretto a smettere giovanissimo. Quello che dovevo fare lo avevo fatto, ero sereno».

Quando capì di essere alla fine?
«Negli ultimi due anni, a Torino soprattutto, avevo un sacco di problemi. Capivo di non poter dare il 100%, se nel professionismo non sei al top puoi fare tante figuracce. Non ho avuto problemi ad ammettere a me stesso che era il momento di lasciare».

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