Virginie Efira: “All’improvviso? Come attrice ho ricevuto un regalo da questo film. Avevo due sogni, uno l’ho realizzato”. Virginie Efira su All’improvviso, e non solo. L’attrice e conduttrice franco-belga, 49 anni, veste i panni di una direttrice di una casa di riposo, nel film diretto dal regista giapponese Ryusuke Hamaguchi. Ne parla in una intervista a ‘Io Donna’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Virginie Efira si definisce una gran lavoratrice e ricorda che, quando ha incontrato per la prima volta Ryusuke Hamaguchi, il regista le aveva chiesto se il lavoro dietro al film la spaventasse. Lei racconta: «Quando ci siamo visti la prima volta, Ryusuke mi ha domandato: ‘Ti fa paura tutto il lavoro che c’è dietro questo film?’. Io gli ho risposto di no, ed era un no che non lasciava dubbi. Ma quando poi ho visto le pagine e pagine di dialogo che avrei dovuto imparare in una lingua che non conoscevo, mi sono spaventata: non dovevo solo ricordare le battute, dovevo comprendere quello che dicevo e anche quello che diceva Okamoto. Conservo ancora le registrazioni in cui Ryusuke mi aiuta con la pronuncia e il ritmo. Il testo non l’ho dimenticato, potrei recitarlo ancora oggi».
Virginie Efira: “All’improvviso? Come attrice ho ricevuto un regalo da questo film”
I dialoghi, ispirati al rapporto epistolare tra la filosofa Maoko Miyano e l’antropologa Maho Isono, erano densissimi e politici. Efira spiega che «Hamaguchi ha il talento per far dialogare intimo e politico. Sa trattare materie diverse – concrete, terrene, sociali e personali – allineandole tutte con un gesto profondo. I discorsi che facevamo sul set mescolavano poesia e matematica. Guardando un suo film siamo proiettati in un altro mondo. Da cui non abbiamo più voglia di uscire. Mio fratello vive in un posto simile a quello che il mio personaggio vorrebbe creare, un luogo che si è liberato delle regole del capitalismo, dove i corpi e le menti non più funzionanti non sono espulsi dal sistema. Quando ho letto la sceneggiatura (e fa il gesto di un tomo bello spesso, il film dura tre ore e un quarto, ndr), mi sono detta: è per me. Sentivo che rispondeva a molte delle mie domande più intime. Ryusuke cerca e trova la parte migliore delle persone con cui lavora. E una volta che tu ne sei consapevole, ti arriva una forza che non sapevi di avere e fai cose che non avresti immaginato. Mi rendevo conto del regalo che stavo ricevendo come attrice e come essere umano. Imparare e lavorare è stata una gioia. Non è sempre così».
Riflettendo sul cinema di Hamaguchi, che si occupa di persone e condizioni che spesso non vogliamo vedere, Efira racconta che «Nemmeno di questo ho avuto paura, ma mi intimidiva. Facevamo le prove e le letture in una vera casa di riposo ed è capitato che venissimo interrotti dagli ospiti della struttura. Ryusuke era sempre a suo agio, prendeva loro la mano. Vederlo lavorare mi ha trasformata, mai visto niente del genere in vita mia, è riuscito a far passare tutta la troupe in un altro mondo, in un altro spazio-tempo. Per mettere poi la sua macchina da presa al centro. La più grande sofisticazione per ottenere il risultato più semplice».
Virginie Efira: “I cinesi sono campioni di cinismo”
Quando si parla dell’ottimismo morale del regista e della possibilità di trapiantarlo in Europa, Efira osserva che «I francesi sono campioni di cinismo. Gli italiani molto meno, credo. Io vengo dal Belgio e quando sono arrivata in Francia sono stata subito colpita dalla negatività. Ma non voglio generalizzare, poi adesso sono francese anche io… Nel cinema di Hamaguchi si dice che, anche quando una situazione è disperata, si può continuare a pensare di cambiarla. Questo ottimismo io lo condivido totalmente. Mi prendevano in giro per questo e io un po’ me ne vergognavo, come se la mia fosse mancanza di realismo. Ora non me ne vergogno più. E anzi penso che essere felici e ottimisti anche quando ci si rende conto che la situazione è disperata sia una forma di coraggio. La nostra vita ha una durata limitata, abbiamo il dovere di farne qualcosa, e secondo me l’uso migliore che possiamo farne è entrare in relazione con gli altri. Ho sentito una volta Brigitte Fontaine (cantante, poetessa francese, dalle performance politiche e sovversive, ndr) urlare: «Bisogna innamorarsi di più gente possibile!»».
Ragionando su cosa significhi lavorare con persone di questo livello, Efira ammette che l’asticella si alza, ma aggiunge che «Ci sono sempre nuove porte da aprire. Un’esperienza come questa ti resta dentro per sempre, anzi io non ne sono mai uscita. Il prossimo progetto è molto forte, anche se diverso, quindi nulla è perduto (Run, With No Tears, di Nabil Ayouch, con Noomi Rapace, una storia di adozione in Marocco, ndr). Faccio questo mestiere perché mi fa sentire viva. E, se possibile, utile».
Virginie Efira: “Avevo due sogni, uno l’ho realizzato”
Alla domanda sulla fede, Efira chiarisce che «Molto profondamente, ma non religiosa. Credo nel collettivo, nel fare le cose insieme». Ripercorrendo il suo passato, racconta anche il periodo in cui giocava a poker, spiegando che «Non più. Giocavo quando sono arrivata a Parigi perché non conoscevo nessuno e mi permetteva di conoscere, creare connessioni e capire un po’ di più delle persone, cosa che mi sarebbe poi servita nel mestiere. Giocare è come recitare: quando interpreti una scena insieme a qualcuno comprendi profondamente chi è. Ma in quel periodo non lavoravo ed ero frustrata, dovevo pur fare qualcosa e giocare a poker era un modo per interpretare un personaggio. Non è che mi piacesse più di tanto, è un ambiente molto maschile, si fuma tanto… Per un po’ è stato divertente, ma alla fine non ero così brava. Però ho fatto anche dei tornei all’estero, a Las Vegas!».
Infine, parlando dei suoi sogni, Efira confessa che «Il primo l’ho realizzato. Ora voglio fare una serie (il titolo dovrebbe essere Solange, accanto a lei il compagno Neils Schneider, ndr). In Francia non abbiamo una gran cultura delle serie. E io ne voglio fare una super, se ne sta occupando una delle sceneggiatrici di Le Bureau – Sotto copertura, fantastica».
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