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Sandra Hüller: “Fatherland? Noi tedeschi dobbiamo fare i conti con il passato. Il muro esperienza dolorosa, ma sono grata di averla fatta”

Sandra Hüller: “Fatherland? Noi tedeschi dobbiamo fare i conti con il passato. Il muro esperienza dolorosa, ma sono grata di averla fatta”. Sandra Hüller su Fatherland, il nazismo, il muro di Berlino, e non solo. L’attrice tedesca, 48 anni, veste i panni della figlia dello scrittore tedesco Thomas Mann nel film del regista polacco Paweł Pawlikowski. Ne parla in una intervista a ‘Io Donna’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Sandra Hüller attraversa un territorio complesso, quello della memoria e della storia, e lo fa con una naturalezza che sorprende. Dopo averla vista in La zona d’interesse, dove era, come dice lei, «La regina di Auschwitz», e ora in Fatherland, viene spontaneo pensare che senta il peso di rappresentare la storia e il luogo da cui proviene. Lei però chiarisce subito la sua posizione: «Prima di tutto non vado in cerca di progetti che abbiano questo come tema. Nel caso di La zona d’interesse, è un peso giustamente meritato, se si vuole definirlo così. È qualcosa di catartico, semmai».

Sandra Hüller: “Fatherland? Noi tedeschi dobbiamo fare i conti con il passato”

Il discorso si allarga allora al tema del senso di colpa collettivo, che Hüller aveva evocato in passato. Il film affonda le radici nella storia tedesca, ma tocca anche dimensioni universali, capaci di parlare a tutti. E lei ricostruisce l’origine di quella riflessione: «Ricordo che era stato un giornalista a chiedermi se sentissi la colpa. E io… ich bejahte das, ho confermato, ho detto di sì, che io… voglio dire, noi tedeschi, se si parla di identità nazionale, è chiaro che dobbiamo fare i conti con il passato e con il dolore che i cittadini, le persone che hanno vissuto e governato il mio Paese hanno provocato al mondo. Molto di quello con cui abbiamo a che fare oggi ha origine in quella guerra e in quella violenza. Ma, allo stesso tempo, è un tema universale. Quando giravamo La zona d’interesse ne parlavamo: come sarebbe il mondo senza il fascismo, se l’Olocausto non fosse avvenuto, per esempio. Ed è qualcosa che non riusciamo nemmeno a immaginare. Ecco perché quello che racconta Fatherland credo tocchi anche persone che non hanno familiarità con Thomas Mann, la famiglia Mann, la storia tedesca e bla bla bla…».

Sandra Hüller: “Il muro esperienza dolorosa, ma sono grata di averla fatta”

Il film affronta anche la questione del dialogo tra generazioni, o della sua assenza. Hüller proviene dal mondo che stava “oltre il muro”, e il crollo del muro di Berlino arrivò quando era ancora una bambina. Quel passaggio, racconta, fu per lei un punto di svolta: «Quel momento non ha segnato solo un cambiamento nella politica mondiale, per me ha rappresentato la fine dell’infanzia. Avevo 11 anni quando è successo. E poi c’è una questione di prospettiva. Lei dice che stavo “oltre il muro”, per me eravate voi a stare oltre il muro». Una riflessione che si completa con un pensiero più ampio: «Dipende da dove ti trovi, no? Sebbene sia stato doloroso e spaventoso, sono grata per questa esperienza, il cambiamento di un sistema che avviene dall’oggi al domani. È qualcosa che ti rende molto consapevole dei piccoli terremoti della vita. In un certo senso affina il tuo sguardo e i tuoi sentimenti».

Arrivando a Thomas Mann, emerge la domanda su come venga percepito oggi in Germania. È ancora, come si diceva un tempo, «strattonato tra Topolino e Stalin»? Hüller ricorda un sentimento diffuso: «Non lo so, ma ricordo che era un po’, come dire, disprezzato? Svergognato per essersene andato. Glielo chiedono anche nel film perché non abbia scelto l’esilio interno. A pensarci oggi, le ragioni per cui veniva biasimato restano per me incomprensibili: se fosse rimasto, dopo il discorso che aveva fatto (“Un appello alla ragione”, tenuto a Berlino nel 1930, in cui metteva in guardia i suoi compatrioti sul pericolo nazista, ndr), sarebbe stato ucciso».

Sandra Hüller: “Quattro film in un anno? Ne ho girati altri due”

Infine, la sua stagione cinematografica: quattro film in un anno, un ritmo che sembra irripetibile. Lei però sorride e rilancia: «Ah, ma ne ho girati altri due, uno su Ingeborg Bachmann (Ingeborg Bachmann – Qualcuno che una volta ero io, di Regina Schilling, che si vedrà alla Festa di Roma, ndr) e poi un piccolo documentario…».

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