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Spettacolo

Fabiola Sciabbarrasi: “Pino Daniele un grande amore che non muore mai. Quando è arrivato quel messaggio…”

Fabiola Sciabbarrasi e Pino Daniele, il grande amore raccontato in un libro e anticipato dalla stessa scrittrice ai microfoni di Vanity Fair

Fabiola Sciabbarrasi: “Pino Daniele un grande amore non muore mai. Quando è arrivato quel messaggio…”. La compagna dell’indimenticabile artista partenopeo parla del libro sulla storia d’amore tra i due in una intervista rilasciata ai microfoni di Vanity Fair.

«Mi sono innamorata di Pino senza una ragione, per incanto. E poi, all’improvviso, l’ho perso due volte […] È stato doloroso ma catartico. Ho tirato fuori una parte di me che nascondevo. Davanti al dolore cerchi di fare degli slalom, devi aspettare di essere pronta. Per anni sono stata sotto l’effetto di una narcosi silente […] Dopo la morte di Pino ci sono stati troppi commenti, troppe interpretazioni. Avevo paura si fosse spostata l’attenzione da ciò che conta davvero».

Cosa conta davvero?
«Pino è stato un grande artista, un ottimo papà, un buon marito. Pino amava innamorarsi delle cose semplici, aveva un bellissimo sorriso. Ho voluto quindi riavvolgere il nastro, tornare indietro nel tempo, ricordando le giornate belle, quelle brutte. Oggi so che un epilogo tragico non significa per forza fine di tutto. Resta l’amore intorno».

Il libro inizia dalla fine, da un susseguirsi di messaggi su WhatsApp. Sua figlia Sofia l’avvisa che il padre sta molto male. Sono a Masciano, in Maremma. Poi arrivano quelli del cardiologo: Pino è arrivato a Roma, non c’è più niente da fare.
«Da lì ho iniziato a vivere sospesa, spezzata. All’epoca ero addolorata, infastidita, mi domandavo perché ci fossimo allontanati. Quando è successo il disastro e l’ho perso per la seconda volta, erano ancora troppe le cose tra di noi non dette, non chiarite. Non abbiamo avuto tempo».

Vi siete incontrati quando lei aveva 24 anni, lui 38, a casa di un amico comune: Massimo Troisi. Che ragazza era all’epoca?
«Schiva, chiusa nel mio scrigno. Una ragazzona che non si riconosceva in un corpo da modella. Il mio primo matrimonio era già crollato, il lavoro era il mio unico obiettivo. Massimo è stato il nostro Cupido d’eccezione. Quella sera mi telefonò: “Organizzo una cena da me, tra amici. Dai, vieni anche tu. C’è anche quel mio amico napoletano che scrive le musiche dei miei film”. Io non avevo molta voglia, mi sono presentata in ritardo, in tuta. Quando ho visto Pino ho avuto subito la percezione di incontrare un’anima simile».

Ma non è stato un colpo di fulmine.
«Io ero ancora sposata, lui pure (con Dorina Giangrande, madre di Alessandro e Cristina. ndr). Ha iniziato a scrivermi spesso, siamo diventati amici, aveva saputo cogliere l’essenza della mia indole. Ero preoccupata per l’evoluzione del nostro rapporto, non volevo destreggiarmi in situazioni poco chiare, essere solo una di passaggio».

Non lo è stata: tre figli, un matrimonio celebrato nel 2004.
«Ricordo quel giorno come una grande festa. C’erano già Sara e Sofia. Abbiamo voluto 80 invitati adulti e  80 bambini. Ci piaceva l’allegria».

Che papà è stato Pino Daniele?
«Gelosissimo con le figlie femmine, un grande compagno di risate. Mi spiace molto che Francesco l’abbia conosciuto per meno tempo. Non voleva mai che Sara, la più grande, uscisse. Io dovevo fare quella più morbida, quella buona. Era un padre severo anche lui, un po’ come lo era stato il mio».

E come marito?
«È stato e resta l’uomo più importante dei miei primi 50 anni. Non ci piaceva essere mondani, spesso stavamo a casa. Ci piaceva. Avevamo in comune anche l’impegno benefico, eravamo un fronte unito. Certo, a volte avevo la percezione di muovermi su un campo minato. Pino era come tutti i grandi geni: pronto a implodere e poi ad esplodere. Era totalizzante».

Che valore dà alle sue canzoni?
«Per me sono state compagne di vita. Dopo la sua scomparsa, non sono più riuscita ad ascoltarle per anni. Se capitava un suo brano in radio, spegnevo subito. Non sono andata ai concerti degli amici che lo ricordavano».

Come ne è uscita?
«Mi ha aiutato il silenzio. Piano piano ho trovato la strada, senza l’aiuto di terapisti. In molti mi avevano consigliato di farmi aiutare, di andare in analisi, ma ho detto di no. Ho sempre pensato fosse una cosa mia, dovevo farcela da sola, con i miei tempi».

I suoi figli hanno letto Resta l’amore intorno?
«Francesco qualche giorno fa l’ha preso in mano, ha guardato la copertina e ha sorriso. Sofia e Sara non ancora. Sara tende a proteggermi, mi dice sempre che dovrei avere più cazzimma. “Papà ce l’aveva”, mi dice, “era cazzimosso. Tu, invece, sei troppo buona!”. Io questo libro l’ho fatto soprattutto per loro, per fargli capire che quando guardi troppo le cose brutte rischi di non vedere più quelle belle. Ed è un vero peccato».

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