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Arisa: “I miei due fratellini morti, cosi ho capito di essere fortunata. Genitori non mi facevano uscire di casa…”

Arisa: “I miei due fratellini morti, cosi ho capito di essere fortunata. Genitori non mi facevano uscire di casa…”. Arisa e i due fratellini morti, la cantautrice lucana si racconta ripercorrendo le tappe più significative della sua vita privata in una intervista a ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Riavvolgiamo il nastro del tempo. Chiuda gli occhi e pensi alla sua infanzia in Basilicata: che cosa vede?
«Il muso peloso dello zainetto a koala che stava sempre con me. E poi la lunghissima strada sterrata che percorrevo con mia madre quando mi veniva a prendere all’asilo, dalla nostra casa sulla collina, vicino a quella dei nonni, tra i rumori della campagna e i sassolini che entravano nelle scarpe».

Era felice?
«Molto, ho avuto una bellissima infanzia. Sono stata figlia unica per sei anni, ero la più piccola della famiglia. I problemi sono arrivati con l’adolescenza».

Ovvero?
«Il mio corpo è cresciuto di colpo. Lo sviluppo a nove anni: le forme, il seno, l’altezza. I miei genitori non mi facevano uscire di casa. Erano terrorizzati, mi vedevano come qualcosa di incontrollabile. Anche perché io ero esuberante, molto aperta. Avevano paura che qualcuno potesse farmi del male, che si potesse approfittare di questa mia predisposizione al “vale tutto”, che tra l’altro ancora ho. Mi hanno protetta molto, ma il loro amore mi toglieva le cose che, a quell’età, era normale facessi. Ancora adesso per certi aspetti sono infantile, non sono una navigata».

Lo strappo della ribellione quando è arrivato?
«Mi sono fatta fare il primo succhiotto a 11 anni. Non sapevo neanche che cosa fosse. Mio padre mi ha visto il collo, uno shock: “Rosalba, cos’hai fatto?”. La prima sigaretta invece a nove anni. Ho subito voluto dirglielo per fargli capire che non ero quella che lui pensava. Nel mentre mia madre girava per la casa urlando: “Stai zitta, stai zitta!”. Da noi si litigava tutti i giorni a causa mia».

Arisa: “Due fratellini morti nel ventre di mia mamma”

Da subito un’anomalia.
«La gente è ossessionata dal modo in cui ci si comporta “normalmente”. La verità è che le regole necessarie sono poche, solo quelle che evitano che la tua libertà leda il prossimo. La massa spaventata invece si rifugia nelle appartenenze, nell’appartenere a qualcosa o qualcuno».

E lei?
«Mai appartenuta a nessuno. Anche per i divieti dei miei, mai fatto gruppo. Sono abituata a essere un battitore libero».

È andata via da casa a 19 anni: com’è stato?
«Dolore e gioia. Stavo andando verso la mia vita, però allo stesso tempo c’era mio padre che piangeva tantissimo e si nascondeva dietro le colonne di casa per non farsi vedere. Anche mia madre ha sofferto, ma lei sapeva che era la scelta giusta: mi vedeva costretta nella realtà del nostro paese, facevo cose che erano fuori dalla grazia del posto, e venivo punita in continuazione».

Dove è andata?
«A Bergamo per pochi giorni, poi a Milano. Mille lavori diversi, ma sempre felice».

Che origini ha questa felicità?
«Prima di me mia mamma aveva partorito due bambini che sono morti una settimana dopo essere nati. Poi, quando ero piccola, mi diceva sempre: “Lo vuoi un fratellino o una sorellina?”. Solo che questo fratellino o sorellina non arrivava mai. Forse è così che ho iniziato a pensare che dobbiamo ritenerci molto fortunati anche solo per il fatto di essere qui».

Che cosa la rende triste?
«L’amore. Quando non mi sento corrisposta, quando mi piace qualcuno e non capisco che cosa pensa. Se do troppo, troppo poco. Delle strategie io non ho nessuna nozione, ho la teoria, ma poi la pratica mi frega. L’unica mia arma è la sincerità: chiedere e dare».

Arisa: “I miei due fratellini morti, cosi ho capito di essere fortunata”

La musica quando è arrivata?
«È stata sempre con me. In casa cantiamo, balliamo, facciamo feste. Quando ero piccola non avevamo tanto, ma sapevamo godere di questi momenti. Per noi è normale esprimerci in maniera creativa, per quanto amatoriale, contadina. Ancora adesso, dopo due bicchieri si accende lo stereo e si ballano grandi polke, grandi tarantelle».

[…] Com’è oggi essere una donna nell’ambiente musicale?
«Ho smesso presto di pensare che qualcuno debba aiutarmi. Nel 2009 c’è stata Sincerità, nel 2010 avevo già capito l’antifona, mi sono aperta la mia etichetta indipendente. Sono stata anche con le major, ma non scendo a compromessi. Non l’ho mai fatto e non ho intenzione di iniziare a farlo adesso».

Che rapporto ha con lo sguardo maschile?
«Non mi piace essere guardata da chi non voglio, non voglio sedurre chi non mi va di sedurre. Ho una natura fedele: ho in testa una persona per volta. Mantengo le distanze, anche se il ballo mi sta cambiando. A Ballando sto in mezzo ai ballerini e loro hanno una modalità di espressione tutta attraverso il corpo. Stanno nudi, si guardano, si toccano. E questo mi sta aiutando a normalizzare più parti di me. Ora abbraccio di più, sono più tranquilla anche nel mostrarmi. Alla fine è tutto un percorso. Nella vita non si è mai arrivati in nulla».

Sempre quella cosa del cambiamento?
«Sembra sempre che io stia per morire e poi rinasco. E poi rimuoio, e poi rinasco. Sin da piccola. Picchi molto bassi e picchi molto alti. Mi piace buttarmi nelle cose e poi mi piace distruggerle. Non ci si stanca degli altri, ma di sé stessi per come si è con le altre persone. Ecco, dopo un po’ io mi stanco sempre».

Se le dicono che è instabile?
«Al contrario, io sono molto stabile! Sono reale e leale, nei miei confronti e nei confronti di chi ho intorno. Da un minuto all’altro posso cambiare idea su cose fondamentali, su ciò che pensavo fosse la mia ragione di vita. È vero. Manteniamo tante idee per orgoglio e per paura. Sono castrazioni. Anche nella musica: io ringrazio La notte, Sincerità, ma non sono più quella del 2009. Se dovessi rifare quelle cose sarebbe un accontentare il pubblico, però mi sentirei inutile».

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