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Cazzullo: “Italia di oggi come quella dei Borbone. I Briganti vinsero la guerra post Risorgimento”

Cazzullo: “Italia di oggi come quella dei Borbone. I Briganti vinsero la guerra post Risorgimento”. Per Aldo Cazzullo l’Italia di oggi è come quella dei Borbone. Nella sua rubrica per ‘Il Corriere della Sera’, il giornalista risponde così a un lettore che gli chiede spiegazioni su “odio e spappolamento culturale del Piemonte”.

“Ricorderò sempre quando Pasquale Squitieri, il regista di «Li chiamarono… briganti!», mi disse sul divano di casa Craxi ad Hammamet dove facevo il mio lavoro di cronista: «Io odio il Piemonte». Il Piemonte ha fatto l’Italia, e a lungo ha esercitato sull’Italia una certa egemonia economica, politica, militare, culturale; non sempre con buoni esiti. Ma insomma i Savoia parlavano dialetto piemontese, compreso Vittorio Emanuele III che era nato a Napoli e regnava a Roma.

In dialetto piemontese si tenne il consiglio di guerra alla vigilia di Caporetto: Cadorna, Capello, Caviglia, Badoglio, Cavallero presagivano la sconfitta ma, per dirla con Badoglio, «se la davano a intendere gli uni con gli altri», illudendosi di poter fermare i tedeschi; la fine è nota. Però non è sempre finita malissimo. Erano piemontesi i capi della destra storica, i Cavour e i Quintino Sella, e pure quelli della sinistra liberale, Michele Coppino e Giovanni Giolitti, che diedero all’Italia la scuola pubblica e il suffragio universale.

A Torino sono nati il cinema e la televisione italiana, l’automobile e la moda. Erano piemontesi di nascita o di formazione i capi del partito comunista: Gramsci, Togliatti, Tasca, Secchia, Terracini. Erano piemontesi i capi militari della Resistenza […] Avevamo santi veri e santi laici […] Oggi il centro di Torino è bellissimo, il barolo è sempre più buono, e signore gozzaniane mangiano le paste nelle confetterie restaurate del centro. Ma la guerra civile che seguì al Risorgimento non fu vinta dai bersaglieri; fu vinta dai briganti amati da Squitieri. E l’Italia di oggi somiglia più a quella dei Borbone che a quella di Camillo Benso conte di Cavour”.

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