Pupi Avati: “Nel tepore del ballo? Io peggio di Gianni Riccio. Conduttrice ispirata a Barbara D’Urso? Non vorrei infierire…”. Pupi Avati su Nel tepore del ballo, e non solo. Il regista bolognese, 87 anni, parla del suo nuovo film nelle sale dal 30 per Duea con Rai Cinema. Ne parla in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Pupi Avati racconta che il suo nuovo film Nel tepore del ballo nasce dal desiderio di esplorare la storia di un celebre personaggio televisivo che, dopo un tonfo giudiziario, tenta di rimettersi in sella scegliendo però la strada sbagliata. Spiega che in questa vicenda c’è un frammento della sua vita e confida: «Qui torno a un periodo che mi ha dato tanto, gli anni 70 e 80, quando, uscendo dal branco, ho vissuto il privilegio di sognare un futuro che molti amici di gioventù hanno avuto paura di immaginare. Ho avuto il destino straordinario che forse meritavo e forse no, di poter essere favorito dalla vita. Non dimentico che ho cominciato vendendo surgelati, che il mio primo film fu un fiasco, come la mia tentata carriera musicale. La vita è fatta di desideri, ripensamenti, iperboli».
Pupi Avati: “Nel tepore del ballo? Io peggio di Gianni Riccio”
Proseguendo, Avati spiega a chi si è ispirato per il personaggio di Ghini, interpretato da Gianni Riccio. Ricorda che «La Bologna provinciale di quegli anni era piena di guasconi come lui che vivevano nei bar. Massimo lo definisce a ragione uno stronzone, che però nell’incontro con l’ex moglie capisce le cose che davvero contano e quanto meritasse la vita».
Riflettendo su quanto si riconosca nel protagonista, Avati ammette senza esitazioni: «Sono stato mille volte peggiore di lui, come padre e come marito. Se sono rimasto al mondo è perché i miei tre figli e mia moglie hanno continuato ad amarmi. La mia colpa? L’assenza. Ho fatto di tutto per il mio ego, non c’era che quello. Resto un goliarda, una persona di una fragilità emotiva estrema, con un modo di autoassolvermi che diventa un modo di vivere puerile». Aggiunge poi che con il tempo qualcosa è cambiato: «Sì, con la vecchiaia. Il finale più bello nella storia del cinema è Il posto delle fragole di Bergman, quando il protagonista ricorda i genitori, di cui aveva grande nostalgia».
Quando gli viene chiesto della conduttrice ispirata a Barbara D’Urso, Avati risponde con cautela ma senza sottrarsi: «…Non vorrei infierire, ma siamo nella zona di programmi dove vincono retorica e volgarità. E si ottengono dei risultati, la gente ne gode, mentre lui, Riccio, è disperatamente attaccato al successo che non riesce a replicare. Giuliana era un po’ fuori dal giro del cinema ed è straordinaria, come lo è Isabella Ferrari, completamente struccata, a cui mancavano da un po’ dei film veri. Sono specializzato in nuove sfide lanciate agli attori. Quanto a me, i vecchi hanno diritto di parola solo se rassegnati a una posizione organica al potere».
Pupi Avati: “Conduttrice ispirata a Barbara D’Urso? Non vorrei infierire…”
Il discorso si sposta poi sulle sue critiche al sistema, e Avati ricorda un episodio preciso: «Beh, alla premiazione dei David denunciai la crisi dei piccoli indipendenti, esortai la politica a un impegno bipartisan, contro il taglio e i fondi che favoriscono solo i ricchi, o le iniziative estemporanee. La politica è tremenda. Persi un sacco di amici quella sera. Fui molto rimproverato da esponenti di governo».
Interrogato sul confronto tra tv e cinema, Avati non fa sconti: «La tv è piena di gente che pretende di spiegarti come sarebbe la guerra se l’avessero dichiarata loro. Però se dovessimo fare una gara, al cinema la qualità è ancora più bassa e modesta: mancano il racconto, le sceneggiature».
Riguardo alla selezione di Cannes, osserva con amarezza ma anche lucidità: «Ci sono film dal Costa Rica, Nepal, Nigeria, Sudan, Cipro… Si vede che hanno mantenuto il rapporto con la realtà. Il cinema italiano ha tre filoni: cito Luca Guadagnino con ammirazione e sospetto, fa film con cifre fuori dal mondo in molti casi non commerciali; poi i registi che imitano i film USA più semplici e spettacolari, non riuscendoci mai; e quelli di buon senso, che è la fascia a cui mi ascrivo. Il budget oggi grava sulle scelte artistiche, una volta era la qualità a condizionare le scelte».
Quando gli viene fatto notare che, pur cantando fuori dal coro, ha girato 54 film, Avati risponde con una punta di orgoglio ma anche di fatica: «…al prezzo di notevoli sacrifici. Questo era un film che mancava». Infine, alla domanda se continuerà a farne, si apre in un sorriso tenero e conclude: «Non lo so, ho 87 anni, vedremo».
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