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Gio Evan: “Lontano da social e tv per un motivo. Le mie canzoni preghiere che non invecchiano. E sul nuovo singolo…”

Gio Evan: “Lontano da social e tv per un motivo. Le mie canzoni preghiere che non invecchiano. E sul nuovo singolo…”. Gio Evan loontano da social e tv per un motivo. È lo stesso poeta, scrittore e cantautore pugliese, 38 anni, a spiegarlo in una intervista a ‘Vanity Farir’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Gio Evan racconta che la sua ispirazione nasce da ciò che gli sta vicino, da ciò che lo circonda ogni giorno, anche se ammette di avere una fortuna particolare: «Da tutto quello che mi sta un po’ vicino, accanto, però la mia fortuna è che ho anche tanti amici che mi aggiornano. Sono amici filtro, filtrano le notizie che sanno che posso contenere, perché un conto è non nutrirsi e non subire la televisione, un conto è vivere spaesato». Da qui emerge anche quanto possa essere impegnativo stargli accanto, e lui stesso lo riconosce con ironia: «Sì, lo ammetto. Però in realtà sono anche un po’ simpatico, quindi allego le loro mansioni».

Il discorso si sposta poi sul suo ultimo brano, Ma Bene, in cui il dolore viene descritto come qualcosa da attraversare. In un’epoca in cui le emozioni sembrano anestetizzate, Evan riflette sull’importanza del sentire: «Per chi vuole fare un percorso di crescita personale penso che sia il primo tassello da aggiungere nella propria vita, perché il sentire comprende anche l’ascolto. Si inizia a creare quello che io chiamo setaccio, perché l’ascolto ti porta sempre, sottolineo sempre, a scegliere. Perché inizia a dire questo sì, questo no. Che poi è uno degli insegnamenti che il bellissimo e carissimo Gesù Cristo ci ha lasciato, quello di saper discernere, dividere la zizzania dal grano. Sono passaggi fondamentali. Ecco, questo chi lo fa? L’ascolto».

Gio Evan: “Lontano da social e tv per un motivo”

Proprio citando il Vangelo, emerge la sensazione che le sue canzoni abbiano qualcosa di spirituale, quasi fossero preghiere. Evan accoglie questa osservazione con entusiasmo: «Guardi, segni questo, è l’intervistatore che ha fatto la domanda più bella della mia carriera. Perché speravo che qualcuno un giorno ci arrivasse. Le dico, con tutto il cuore, sì. Io l’ho sempre vista così e l’ho sempre sentita. Il problema è che non puoi dirlo, non posso dirlo io. Non metterei mai una parola fuori posto. Deve essere un canto, deve essere un mantra, deve essere una preghiera. E per questo scrivo canzoni perché non voglio che finiscano. Non scrivo canzoni che invecchiano. Scrivo canzoni che possono restare eterne come le preghiere».

Quando si parla della sua identità artistica, Evan chiarisce che la definizione di “pensatore” gli è stata attribuita, ma la sente sua: «In realtà è una definizione che mi è stata attribuita. Quando mi si chiede se sono più legato alla poesia, al teatro o alla canzone, rispondendo che sono legato al pensiero. Il pensiero è ovviamente creativo e quindi decide se diventare canzone o libro. Mi definisco pensatore perché metto d’accordo tutto: poesia, voci, romanzo, teatro, gag».

Il tema della gioia, centrale nel suo ultimo libro La gioia è un duro lavoro, apre un’altra riflessione. Evan la descrive come uno stato complesso e altissimo: «La gioia è lo stato vibrazionale più alto che possiamo concederci, che possiamo permetterci. Quando raggiungiamo lo stato e per stato intendo umore, carisma, personalità, sentimento, emozione. Perché non è solo emozione, è la gioia. La gioia è proprio un’attitudine, è la risposta che diamo al mondo, è come respiriamo. Stiamo parlando proprio della decisione che diamo alla vita, al corpo, alla mente, a come li uniamo».

Gio Evan: “Le mie canzoni preghiere che non invecchiano”

E alla domanda se sia una conquista o una disciplina, risponde con fermezza: «È una disciplina che affermiamo quotidianamente perché non permette distrazione. Non è che a caso i monaci da millenni si svegliano all’alba e suonano le campane tibetane, non è che lo fanno per far festa, lo fanno perché la gioia ha una tabella di marcia rigidissima».

Si arriva poi al tema dell’invisibile, che per lui ha rappresentato una svolta profonda: «E’ stato un battesimo delicato, tenero, attento. Ha cominciato a dare valore agli altri, all’altro. Mi ha salvato la vita perché quando diamo retta anche all’invisibile significa che consideriamo tutto. Consideriamo non solo la persona ma il suo umore, le sue paure. Questo è tutto un repertorio invisibile».

Nel suo tour trova spazio anche la comicità, un elemento che Evan considera parte essenziale dell’essere umano: «La verità è che siamo anche dei buffoni, per non dire altro ovviamente. Però rispettiamo tanto la nostra parte imbecille, la nostra parte infantile, quella bimba, quella che non ha superato i dieci anni di età. Noi pratichiamo il fanciullismo, la giocosità, siamo giocherelloni e non rinunciamo a quella parte. Perché se Cristo dice che i bambini entreranno nel regno di Dio, allora perché non dobbiamo allenare quella parte di bambino a renderla forte e sacra?».

Infine, parlando del rapporto con i social, Evan chiarisce come abbia scelto di non farsi ingabbiare: «Il mondo ha cercato di incasellarmi, ma io ho preso distanza e non ci sono caduto. Oggi sono completamente distante dai social. Pubblico e me ne vado. Non guardo risultati oi commenti. Sono utili, non vanno demonizzati: puoi scegliere cosa mostrare. Scelgo con cura cosa mettere in quella vetrina».

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