‘Vip’ provocano gli utenti sui social per farsi insultare e poi chiedere risarcimenti: la nuova trappola delle querele. C’è una nuova industria che prospera sui social network, e non produce contenuti, idee o intrattenimento. Producono provocazioni, rabbia e richieste di risarcimento. Una macchina sempre più raffinata che sfrutta il lato peggiore dei social: la reazione impulsiva degli utenti che fa scattare la nuova trappola delle querele. Funziona quasi sempre allo stesso modo.
Un personaggio con un certo seguito pubblica contenuti volutamente irritanti, offensivi, provocatori o studiati per accendere discussioni feroci. Non importa nemmeno che sia famoso davvero. Basta avere follower, visibilità e la capacità di capire come funziona l’algoritmo.
Il post viene costruito come un’esca. Una frase estrema, una provocazione politica, un insulto mascherato da opinione, una presa in giro studiata per colpire categorie precise di persone. E il risultato arriva puntuale: centinaia di commenti pieni di rabbia. Alcuni utenti superano il limite, insultano, minacciano, offendono. Ed è lì che, secondo molti, inizierebbe il vero obiettivo dell’operazione.
Gli insulti vengono salvati, fotografati, archiviati. Screenshot su screenshot. Poi entrano in scena gli avvocati. Arrano lettere, diffide, richieste economiche, minacce di querela per diffamazione aggravata sui social. In diversi casi viene proposta subito una “chiusura bonaria”: pagare una cifra per evitare guai peggiori, processi o spese legali. E molte persone, spaventate dall’idea di finire in tribunale, accettano.
La traduzione
In rete questa pratica viene spesso associata a espressioni come trolling legale o diffamation trolling. Il concetto è semplice: provocare deliberatamente gli utenti per spingerli a reagire male e trasformare quelle reazioni in denaro. Un sistema che si muove in una zona grigia, perché la diffamazione online esiste davvero ed è un reato reale, ma allo stesso tempo cresce il sospetto che alcuni contenuti vengano pubblicati proprio con l’obiettivo di raccogliere insulti da monetizzare successivamente.
È particolarmente qui che il fenomeno assume contorni inquietanti. Perché non si parla più soltanto di persone che denunciano offese ricevute, ma di un possibile modello economico costruito sulla provocazione continua. Una sorta di pesca allo strascico digitale dove ogni commento aggressivo può diventare un’opportunità di guadagno.
Molti utenti raccontano di aver trovato davanti richieste economiche pesanti per commenti scritti d’impulso, magari cancellati pochi minuti dopo. Altri descrivono comunicazioni dai toni intimidatori, con cifre sproporzionate e la prospettiva di conseguenze giudiziarie enormi. E spesso chi riceve queste lettere non ha gli strumenti per capire se quelle richieste hanno davvero solide basi legali oppure no.
L’ecosistema selvaggio
Nel frattempo i social continuano a fare da amplificatore perfetto. Più un contenuto genera rabbia, più viene premiato dall’algoritmo. Più divide, più ottiene visibilità. E in questo ecosistema tossico c’è chi sembra avere capito una cosa molto semplice: l’indignazione non porta soltanto click e follower. Può portare soldi.
Il risultato è un clima sempre più velenoso, dove la provocazione diventa strategia e l’odio si trasforma in moneta. Da una parte utenti che reagiscono senza pensare alle conseguenze. Dall’altro personaggi che sembrano costruire contenuti apposta per spingere qualcuno a oltrepassare il limite. Un meccanismo cinico che alimenta la tensione continua e trasforma i social in una gigantesca trappola emotiva.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più amaro della vicenda: piattaforme nate per comunicare e condividere diventano terreno fertile per guerre personali, provocazioni scientifiche e battaglie legali combattete a colpi di screenshot.
Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com
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