Gratteri: “Ponte sullo Stretto? Lo Stato si è arreso alle mafie. Spero di sbagliare, ma a me pare ci sia un disegno”. Nicola Gratteri sul Ponte sullo Stretto, la resa dello Stato alle mafie, e non solo. Il procuratore di Napoli parla della grande opera che l’attuale governo ha in programma, in una intervista a ‘La Stampa’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Il procuratore Nicola Gratteri affronta il tema del Ponte sullo Stretto, finito in un’inchiesta della procura di Roma, ricordando come pochi mesi fa da un’altra indagine fosse emerso un allarmante movimentismo anche di gruppi vicini alle ’ndrine nell’apertura di società ad hoc, pulite e schermate, per aprirsi la strada ai futuri subappalti miliardari. Alla domanda se ci si debba sorprendere, osserva che Purtroppo sì, ma ci siamo abituati a non farlo più. E questo è il vero scandalo.
Ragionando sulle modifiche normative che hanno abolito o limitato reati spia utili a intercettare soggetti contigui alle mafie, Gratteri spiega che certamente. La criminalità organizzata usa strumenti sofisticati, senza minacce esplicite, e spesso si comincia con un reato che “di mafioso” all’inizio non ha nulla, e che solo indagando si comprende chi c’è dietro e i collegamenti.
Gratteri: “Ponte sullo Stretto? Spero di sbagliare, ma a me pare ci sia un disegno”
Quando gli viene chiesto se oggi si riesca a indagare con incisività, risponde che con le limitazioni delle intercettazioni, quelle per il sequestro dei cellulari, con l’abolizione dell’abuso di ufficio, non solo è molto difficile “arginare” i danni, ma è anche difficile intervenire dopo. Da qui introduce una riflessione più ampia, affermando che che spero di sbagliare, ma a me pare ci sia un disegno globale per eliminare qualunque forma di controllo, rendere tutto più permeabile, con la finalità di rendere la giustizia una strana rete da pesca, incastrare i piccoli pesci e perdere i grandi pesci.
Sulla capacità della ’ndrangheta di infiltrare un’opera così grande, Gratteri ricorda che sono anni che la ’ndrangheta non è più quella con lupara e cappello si è evoluta a 360° gradi. Oggi è composta da professionisti che hanno studiato all’estero, che parlano tre lingue, che conoscono i mercati. Certo, sono nelle condizioni di potere infiltrare tutti gli step dell’opera.
Gratteri: “Ponte sullo Stretto? Lo Stato si è arreso alle mafie”
Di fronte a chi sostiene che, con un rischio così alto, l’opera non andrebbe realizzata, il procuratore premette che in questo caso devo dare una duplice risposta. La prima riguarda la necessità, a suo giudizio, di una valutazione costi-benefici fatta molto tempo fa, perché sarebbe stata cosa giusta fare molto tempo addietro una valutazione costi-benefici, perché in Calabria e in Sicilia mancano molte infrastrutture che definirei primarie: dalle autostrade, alla rete ferroviaria, dagli ospedali, alle dighe. Se si continua a pensare di non volere investire in “queste opere”, molto più urgenti del Ponte sullo stretto, si fa un danno a tutta l’Italia, non solo che per noi cittadini che abitiamo in quei luoghi. Quindi bisogna capire: è una resa dire che questa cifra esorbitante sarebbe preferibile investirla per fare altro? Io, con tutte le cautele e le accortezze del caso, direi di no, anzi sarebbe una presa di coscienza.
La seconda risposta riguarda invece la capacità dello Stato di difendersi: il dilemma non è fare o non fare il Ponte perché c’è il rischio di infiltrazioni mafiose. Il problema è che non abbiamo gli strumenti per prevenire e per intervenire, come sarebbe necessario, per contrastare l’infiltrazione mafiosa in questo come in altri casi. Questa è una resa. La resa di uno Stato che a fronte di una criminalità organizzata sempre più sofisticata, lascia forze dell’ordine e magistratura con le armi spuntate. Se avessimo gli strumenti necessari, per contrastare le infiltrazioni, non ci sarebbe alcuna necessità di farsi questa domanda.
Gratteri: “Così possiamo agire”
Di fronte a un quadro così sconfortante, Gratteri indica la via d’uscita, sostenendo che bisogna avere personale specializzato per contrastare la criminalità organizzata con strumentazione informatica e strumenti investigativi adeguati; è necessaria una seria revisione della geografia giudiziaria, redistribuendo le risorse secondo le esigenze dei territori, è necessario avere il pieno organico negli Uffici, sia dei magistrati che del personale amministrativo; bisogna snellire le procedure riducendo al massimo i rimedi impugnatori, che ingolfano corti di appello e Corte di Cassazione. L’efficienza e i tempi della giustizia non potranno mai migliorare se noi continuiamo ad essere sempre meno e i processi sempre di più.
Seguici anche su Facebook. Clicca qui












Aggiungi Commento