I farmaci ricavati dai resti di antiche mummie egizie potrebbero curare una malattia molto comune oggi. Uno studio dell’Università di Marburgo ha ricostruito la composizione di antichi preparati medicinali ottenuti dalle mummie egizie, individuando ingredienti finora sconosciuti nei materiali di imbalsamazione. La ricerca, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha esaminato 24 campioni conservati in musei e collezioni universitarie e 41 fonti.
La Mumia vera aegyptiaca era una sostanza ricavata dalle mummie e dai materiali impiegati per conservarle. Diffusasi nella medicina araba ed europea dal Medioevo alla prima età moderna, veniva usata per ferite, fratture, emorragie e traumi, ma per cefalea, paralisi, epilessia, tosse e disturbi della gola. I farmaci ricavati dai resti di antiche mummie entrarono nella farmacopea europea attraverso la traduzione dei trattati medici arabi. I prodotti commercializzati, tuttavia, non avevano composizione uniforme e potevano includere materiali differenti o contraffatti.
Per analizzare i reperti, gli studiosi hanno combinato cromatografia liquida, spettrometria di massa e strumenti. Oltre alle tracce di resine di conifere, hanno identificato molecole associate all’aloe, tra cui aloeresina A, aloeresina D e derivati dell’aloina. Queste sostanze non erano state riconosciute prima nelle analisi chimiche dei materiali di imbalsamazione egizi. I risultati indicano che alcuni preparati potevano contenere essudati di piante del genere Aloe.
La scoperta
La scoperta ha portato a riesaminare un termine presente in testi egizi del secondo millennio avanti Cristo, traducibile come «la vita è al suo interno». Gli autori ipotizzano che indicasse una sostanza derivata dall’aloe, descritta nelle fonti come scura, proveniente da una pianta straniera e utilizzata durante l’imbalsamazione. L’interpretazione resta incerta.
I ricercatori hanno testato un estratto storico per valutarne effetti antibatterici, antifungini, insetticidi e antivirali. Non sono emerse attività significative nei primi tre ambiti. Negli esperimenti su cellule canine, invece, l’estratto ha mostrato una modesta protezione dai danni provocati da quattro ceppi influenzali, con risultati più evidenti contro alcuni ceppi A e B.
Il principale composto isolato, l’acido 7-ossodeidroabietico, non ha mostrato da solo significativa attività antivirale. L’effetto potrebbe dipendere da altre sostanze o dalla loro interazione. Gli autori precisano che l’esperimento ha misurato la protezione cellulare, non il blocco della replicazione virale: non dimostra quindi efficacia contro l’influenza nell’uomo né conferma le indicazioni terapeutiche storiche.
Infine, il profilo chimico di una polvere museale è risultato simile a quello di materiale proveniente da una testa mummificata, suggerendo un legame tra i reperti. Nel complesso, lo studio mostra come l’integrazione tra chimica, storia della farmacia ed egittologia possa chiarire ingredienti, usi e provenienza di materiali antichi.
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