Pierfrancesco Favino: “Dio ride? Stiamo tornando indietro al Medioevo. Ho smesso di recitare negli Stati Uniti per un motivo preciso”. Pierfrancesco Favino su Dio ride, e non solo. L’attore romano, 56 anni, è Frate Leopoldo da Casamacchia nel film di Giovanni Veronesi. Ne parla in una intervista a ‘La Stampa’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Pierfrancesco Favino, protagonista di ‘Dio ride’ di Giovanni Veronesi, interpreta Frate Leopoldo da Casamacchia, il religioso accusato nel Seicento di parlare al popolo di un Dio vicino agli uomini e capace di condividere persino il riso. Riflettendo sul proprio rapporto con la fede, l’attore racconta: «Sono nato in una famiglia di stampo cattolico, ho fatto la trafila che si faceva all’epoca, ma ho anche avuto sempre un mio personale senso del sacro. Non ho la vergogna e lo snobismo di dire che non sento la spiritualità, anzi. Sono abituato a pregare e lo faccio ancora adesso, non ho paura di non sapermi dare tutte le risposte. Davanti a certe cose, come la bellezza estrema della natura o certi momenti di felicità, mi è sempre sembrato che il mio corpo non mi bastasse, che dovesse esserci qualcosa di più grande di me».
Pierfrancesco Favino: “Dio ride? Stiamo tornando indietro al Medioevo”
Parlando invece del rapporto tra fede e Chiesa, una distinzione che per molti rappresenta una frattura difficile da colmare, Favino allarga lo sguardo al contesto contemporaneo: «Viviamo in un’epoca in cui, negli Stati Uniti, il Paese che voleva esportare la democrazia opponendosi a barbari governi teocratici, è stata valutata l’ipotesi di trasmettere in diretta streaming l’esecuzione di un condannato. Su chi vogliamo puntare il dito? Secondo me servirebbe un esame di coscienza generale, stiamo tornando indietro al Medioevo. Possiamo puntare il dito verso la Chiesa e l’Inquisizione, ma allora dobbiamo puntarlo su tutte le brutalità del mondo, non solo in quella direzione. Tutto sommato la Chiesa ha compiuto un percorso di revisione rispetto a quel che ha fatto nei secoli, il che non vuol dire che non abbia colpe, ma le ha almeno ammesse».
Nel film condivide per la prima volta il set con Silvio Orlando, un’esperienza che descrive mettendo in evidenza le peculiarità del collega: «Silvio porta sul set il suo modo di recitare che è ormai diventato un marchio di fabbrica, è capace di esprimere allo stesso tempo leggerezza e profondità. Io sono un attore che, da qualche parte, è anche un po’ guitto, lui invece economizza, cerca qualcosa di vicino a se stesso».
Pierfrancesco Favino: “I film italiani non sono nei festival internazionali”
L’attore torna poi su una battaglia che porta avanti da anni, quella per una maggiore valorizzazione degli interpreti italiani anche all’estero. A suo giudizio il problema non è cambiato: «Ho fatto quell’uscita per proteggere l’industria cinematografica italiana, a distanza di 5 anni vediamo che i nostri film non sono nei festival internazionali e che molto pochi dei nostri attori recitano all’estero. Penso sia il frutto di una scelta politica, non artistica. Il cinema è leva industriale del Paese, attraverso questa leva il Paese può vendere altri prodotti. Il soft power si applica anche attraverso il cinema, se non si investe vuol dire che è un Paese in vendita. L’80% dei marchi fashion italiani è oggi di proprietà estera, e i testimonial vengono da altri Paesi, spesso dalla Francia. Non riesco a capire la ragione per cui attori come Borghi, Marinelli, Porcaroli, De Angelis, non vengano usati per promuovere un profumo italiano. La nostra industria lascia a altri il compito di raccontare la nostra storia, non comprendo quale sia l’investimento».
Pierfrancesco Favino: “Ho smesso di recitare negli Stati Uniti per un motivo preciso”
Entrando più nel dettaglio del suo ragionamento, Favino spiega cosa intende quando parla del ruolo strategico del cinema: «In passato il nostro cinema esportava un sistema culturale in cui l’Italia appariva “figa”. Con l’immagine Mastroianni, si vendevano pure le lenti di una certa marca. Il cinema è una vetrina che l’industria italiana dovrebbe saper usare, per vendere all’estero un’idea del Paese, una comunicazione su ciò che si fa da noi. Poi certo, i film devono essere belli, però, quando abbiamo storie nostre, perché dobbiamo lasciare che le raccontino altri?».
Infine, parlando della sua esperienza professionale negli Stati Uniti, racconta di aver scelto di allontanarsi da quel mercato per una ragione precisa: «Sì, ma ho smesso quando ho realizzato che continuavano a offrirmi ruoli di mafiosi e pizzaioli. Penso che abbiamo altro da raccontare».
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