Charlotte Casiraghi: “La morte di mio padre ha segnato la mia infanzia. I liceali si stanno ribellando soprattutto per un motivo”. Charlotte Casiraghi sulla morte del padre, e non solo. La scrittrice monegasca, 40 anni, figlia di Carolina di Monaco e di Stefano, parla a cuore aperto in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Charlotte Casiraghi spiega innanzitutto perché evita di parlare di sé in modo diretto, una scelta che nasce da una riflessione profonda sulla tentazione della confessione. Come racconta, «Perché è una tentazione troppo diffusa, la confessione, alla quale poi si resta attaccati per sempre. Si rischia di restare prigionieri di questa identità definita dal dolore. Mi piacciono di più le persone che cercano di metterci un po’ di creatività, che parlano di sé ma attraverso personaggi, storie, un modo di parlare o di fare umorismo, insomma non si lasciano inghiottire dal permanente ritornello della lamentela».
Charlotte Casiraghi: “La morte di mio padre ha segnato la mia infanzia”
Ripensando alla sua adolescenza, Casiraghi riconosce di essersi sentita diversa dagli altri, un sentimento che non dipendeva soltanto dal contesto familiare in cui è cresciuta — sua nonna era Grace Kelly, sua madre Carolina di Monaco, suo padre Stefano Casiraghi morto quando lei aveva quattro anni — ma da una sensibilità già evidente nelle fotografie di quando aveva undici anni. Ricorda infatti: «Quando rivedo le mie foto a 11 anni, vedo che avevo un’aria seria, preoccupata, triste. Se stavo troppo male scrivevo lettere a mio padre che non c’era più, e il mio diario era diventato il mio rifugio».
In quegli anni, mentre un’amica brillante e sicura di sé le rimproverava con leggerezza «C’hai stufato con le tue poesie», lei trovava nella letteratura un sostegno decisivo, affidandosi ai suoi autori di riferimento, da Baudelaire a Fitzgerald, da Colette a Duras, fino ad Achmatova. Una compagnia che, come spiega, le ha permesso di superare l’imbarazzo di sentirsi diversa: «La letteratura permette di sentirsi meno soli, questo è sicuro. Per me sono state come voci alle quali mi sono affidata, e che mi hanno permesso di oltrepassare la vergogna. Vergogna forse è una parola troppo forte… Insomma, l’imbarazzo di non essere come gli altri, di trovare difficili certe cose della vita quotidiana che per altri sono banali. Ed è rassicurante vedere che non si è unici nell’universo, che tanti altri hanno sperimentato la fragilità».
Charlotte Casiraghi: “Nulla contro la resilienza ma non mi piace l’abuso del termine”
Riflettendo poi sul concetto di resilienza, Casiraghi chiarisce che non ha nulla contro la capacità di trarre forza dagli ostacoli, ma critica il modo in cui il termine viene abusato nella società contemporanea. Lo definisce un imperativo che finisce per schiacciare chi non riesce a essere sempre forte: «Contro la resilienza niente, non c’è niente di male a trarre energia dagli ostacoli per superarli. Ma non mi piace il suo abuso, il fatto che se ne parli di continuo, e che sia diventata una forma di ingiunzione, che squalifica di fatto tutti quelli che non riescono a essere resilienti. C’è l’obbligo opprimente di riuscire, sempre e comunque. Invece si può dire con lucidità e serenità che certi traumi, certe violenze per esempio, non si superano».
A proposito della società attuale, Casiraghi osserva un ritorno a forme di normatività, legate soprattutto alla centralità dell’immagine e alla velocità con cui si pretende di catturare l’attenzione degli altri. Una dinamica che, secondo lei, favorisce gli stereotipi e penalizza la complessità: «Difficile parlare in generale della società. Ma mi sembra che venga di nuovo valorizzata enormemente l’immagine, che è il modo più veloce per catturare lo sguardo degli altri. Bisogna essere sempre più rapidi e performanti, e quindi tornano gli stereotipi, che sono pratici per chi va di fretta. Non c’è tempo per l’ambivalenza, le sfumature, l’esitazione, la differenza».
Charlotte Casiraghi: “I liceali si stanno ribellando soprattutto per un motivo”
Questa pressione, aggiunge, ricade in modo particolare sugli adolescenti, che dovrebbero vivere una fase di scoperta e trasformazione, ma si ritrovano invece schiacciati da aspettative eccessive. Lo racconta con chiarezza: «Sì, sentono addosso una pressione che è sempre più forte. L’adolescenza dovrebbe essere una fase in cui la persona si costruisce, va alla scoperta di sé e del mondo. L’adolescenza è una metamorfosi, talvolta dolorosa. Ma pretendiamo che a 14 anni i ragazzini sappiano già che adulti vorranno essere, a quale università devono puntare, a quale mestiere sono destinati. E questo con l’idea che o avranno successo, e potranno quindi vantarsene sui social media, oppure scompariranno e le loro vite saranno inesistenti. Troppa pressione».
Infine, Casiraghi racconta la sua ammirazione per Bernard Moitessier, il navigatore solitario autore de La lunga rotta, un libro che ha scoperto grazie al fratello Pierre e che l’ha colpita per la sua forza letteraria e per la capacità di trasformare il diario di bordo in un gesto essenziale quanto la traversata stessa. Una figura che le interessa anche per la fragilità che può spingere qualcuno ad affrontare da solo le tempeste dell’oceano: «Perché ha scritto un libro bellissimo, La lunga rotta. Mio fratello Pierre, appassionato di mare, vela e regate come tutti in famiglia, mi ha detto che dovevo assolutamente leggerlo, e aveva ragione. Scrivere il diario di bordo per Moitessier era importante tanto quanto la traversata in sé, e si vede perché quel libro ha un grande valore letterario. E poi mi interessava capire che cosa, quale tipo di crepa, di fragilità, può spingere una persona ad affrontare da sola le tempeste dell’oceano».
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