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Omicidio Khashoggi, contro ogni forma di umanità

Omicidio Khashoggi, l’approfondimento:

Si parla tanto di libertà di stampa, di difendere strenuamente questo valore, eppure c’è ancora chi muore solo per le sue idee. Increscioso quanto successo nella sede dell’ambasciata dell’Arabia Saudita ad Istanbul lo scorso 2 ottobre, con il giornalista saudita, Jamal Khashoggi, che vi era entrato per avere dei documenti in vista del suo matrimonio, ma che non è più uscito, o meglio, è uscito a pezzi, in senso letterale e non metaforico, come se non fosse un essere umano.

Si è parlato tanto delle responsabilità, dal consolato si è provato a distorcere la verità raccontandone diverse, dicendo che il giornalista era uscito, poi che c’era una stata una colluttazione in seguito ad un diverbio con i funzionari dell’ambasciata. Invece, era tutto premeditato, Khashoggi andava fatto fuori perché i suoi articoli, pubblicati su un giornale di caratura mondiale come il Washington Post, non erano graditi al governo saudita del principe ereditario, Mohammed bin Salman. Un omicidio che ha incrinato anche i rapporti dell’Arabia Saudita con i suoi alleati, tra cui gli Stati Uniti, con il presidente Trump che ha tuonato chiedendo che si facesse chiarezza sulla vicenda.

La verità è che il giornalista è stato assassinato barbaramente solo perché esercitava la sua professione di giornalista senza assoggettarsi ai poteri ma con la libertà di esprimere le proprie opinioni. I suoi editoriali avevano una grande visibilità dal momento che si potevano leggere sfogliando un giornale autorevole come il Washington Post, il fatto di aver varcato la soglia del consolato saudita ad Istanbul, è stata la sua condanna a morte. Pagare con il sacrificio della propria vita la salvaguardia del valore della libertà, è un dato avvilente, ogni paese che voglia dirsi civile, deve mettere al primo posto la non negoziabilità dei diritti umani, tra cui la libertà di espressione.

Khashoggi non era una penna al servizio dei padroni, ciò ha fatto sì che diventasse carne da macello, sopprimere chi fa informazione, giusta o sbagliata che sia, tradisce una mentalità disumana, aberrante, riprovevole. Inquieta e turba la nefasta sorte toccata al giornalista saudita, perché per le idee si lotta non si muore. Quando, invece, diventano una sentenza di morte, allora significa che si vive in un mondo mostruoso, dove il potere non ha limiti e si nutre del sangue di chi è scomodo, di chi a quel potere non si piega ma ne fa emergere le ombre.

Il giornalista era in quel consolato perché aveva in programma un evento felice, ignaro di ciò che gli sarebbe capitato, con una azione brutale e vigliacca, perché non avrebbe potuto difendersi in quel contesto, una ulteriore aggravante di un omicidio che dovrebbe avere conseguenze esemplari. Non si può accettare quello che è successo, l’Occidente dovrebbe ribellarsi, il grido di indignazione deve farsi sempre più fragoroso e assordante, perché la cosa peggiore che si possa fare è essere indifferenti.

 

Maurizio Longhi per BreveNews.Com

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