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Irene Grandi: “Vasco Rossi? Di me gli piaceva un aspetto. Pino Daniele? Una storia che ha fatto felice mia madre”

Irene Grandi: “Vasco Rossi? Di me gli piaceva un aspetto. Pino Daniele? Una storia che ha fatto felice mia madre”. Irene Grandi su Vasco Rossi, Pino Daniele e non solo, la cantautrice ripercorre le tappe più della sua vita privata e professionale in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

La prima volta che Irene Grandi incontrò Vasco Rossi aveva 13 anni e gli offrì un pezzo di pizza.
«Eravamo in montagna, dalle parti della sua Zocca. Lui stava aspettando da un po’. Gli urlai: “Prendi una fetta della mia, quella con i carciofini. Tanto a me non piacciono!”. Quando l’ho incontrato, da grandicella, per incidere La tua ragazza sempre, gliel’ho detto. Non ricordava nulla, ovvio. Rideva: “Ma dai, quindi ho mangiato dalle tue mani”».

Avete più preso una pizza insieme?
«No, ma le patatine fritte sì. Andavamo in un localaccio dove ci infilavamo di nascosto, perché se lui esce di casa è un casino. Ma più che altro con Vasco si è bevuto champagne perché ogni volta che ci si incontrava bisognava sempre aprire una bottiglia: festeggiavamo il grande successo che aveva scritto per me. Gli piaceva la mia aria sbarazzina, irriverente, intrepida. Diceva che ero un Vasco in gonnella».

Che uomo è?
«Amo tantissimo la sua compagnia, è divertente, stimolante. Una volta mi ha confidato: “Per me scrivere una canzone è come risolvere un rebus: so che ci sono le parole, ma le devo trovare”. La sua è una vita chiusa, privata, si impegna nella musica totalmente. Il suo desiderio è far sognare la gente, arrivare al cuore delle persone».

Irene Grandi: “Vasco Rossi? Di me gli piaceva un aspetto”

Quando ha deciso di dedicarsi alla musica?
«Io, che nei sentimenti sono timida, quando c’è da salire sul palco mi trasformo, divento esuberante. Da bambina mi piacevano le recite dell’asilo, in chiesa ero solista. Pigrissima per la scuola, quando c’era da andare alle prove del coro ero un fulmine. All’università frequentavo Lingue, studiavo anche il russo. Rimanevo indietro, arrancavo. D’estate i miei compagni andavano all’estero per imparare le lingue. Io avevo i miei concertini. Che facessi questo mestiere s’è deciso quasi da solo».

È sempre stata una ribelle?
«Da ragazzina non mi fidavo delle cose troppo facili. Difendevo le cause difficili, per non dire perse. Ma soltanto al liceo è venuta fuori questa mia vena battagliera. Intervenivo spesso all’ora di religione. Ero una libera pensatrice, a volte mi mettevo tutti contro: scioperavo quando gli altri entravano in classe e entravo in classe quando gli altri scioperavano. Roba così, insomma».

Quanta differenza fra ieri e oggi che ha 53 anni.
«Non ero uno stinco di santo, mi sentivo diversa dalle altre, irriverente. Volevo guidare una band. Ora cerco di assecondare l’età, gli interessi, i cambiamenti. L’energia non è la stessa dei vent’anni ma c’è l’esperienza che mi sostiene. Forse se avessi continuato a cantare Bum Bumavrei molto più successo. Mi va bene così. È una strada più impervia, però è la mia. Prima ero un fuoco che bruciava, adesso sono un fuoco che scalda».

[…] Pino Daniele.
«Mi scelse lui, lo affascinava la mia vena blues. Mi invitò pure come ospite ai suoi concerti nei palazzetti. Appena finivo di cantare, mi infilavo un cappuccio e lo andavo a vedere al mixer. Questa storia ha reso felice mia madre: Pino era il suo cantante preferito».

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