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Mentana: “Fagnani? Mi colpì un aspetto. Italiani placidamente razzisti. Abbiamo quasi ripristinato la schiavitù”

Enrico Mentana su Fagnani e non soli, il direttore del TG di La7 si racconta ripercorrendo le tappe più significative della sua vita privata e professionale

Mentana: “Fagnani? Mi colpì un aspetto. Italiani placidamente razzisti. Abbiamo quasi ripristinato la schiavitù”. Enrico Mentana su Fagnani e non soli, il direttore del TG di La7 si racconta ripercorrendo le tappe più significative della sua vita privata e professionale in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] Nel Sessantotto lei entrava al liceo Manzoni di Milano.
«Mio padre mi chiese: ma per che cosa manifestate? Anch’io avevo abboccato. Facevamo casino per strada così come le generazioni precedenti avevano giocato a biliardo o corteggiato le ragazze».

Suo padre era di destra?
«Mio padre era comunista. Mio nonno Enrico era un figlio illegittimo, nato in Calabria nell’anno della battaglia di Mentana, cui dovette il suo cognome. Conservo la copia anastatica del registro di Ellis Island del 1905, in cui gli Stati Uniti d’America respingono la richiesta di ingresso di Enrico Mentana».

E poi dicono che i razzisti siamo noi italiani.
«Noi italiani siamo placidamente razzisti. Abbiamo quasi ripristinato la schiavitù: se ordino una pizza o una lavatrice non viene mai un italiano a consegnarmela».

[…] lei era comunista?
«Io ero anarchico. Diverso dagli anarco-insurrezionalisti di oggi. Con due compagni di scuola, Michele Serra, il bravissimo giornalista, e Guido Salvini, il magistrato che ha ottenuto una sentenza definitiva su Piazza Fontana, militavo in un piccolo gruppo che si chiamava Movimento socialista libertario. A Milano eravamo minoranza: il movimento studentesco era stalinista, e Stalin gli anarchici li faceva fucilare. Ma era anche la Milano di Pinelli e Valpreda. Avevamo una passione per la sinistra antiautoritaria, un’utopia romantica sconfitta dalla storia».

Mentana: “Fagnani? Mi colpì un aspetto”

[…] Quando comincia per lei il giornalismo?
«Subito. Mi chiudevo nello sgabuzzino con un piccolo televisore per fare le telecronache. Era la modernità, era il futuro. Fossi bambino oggi farei lo youtuber o il tiktoker. Per me era una pazzia divorante. Ogni volta che conoscevo un giornalista mi emozionavo».

[…] Quando incontrò per la prima volta Berlusconi?
«Quando nel 1991 mi propose di fondare il Tg5. Aveva appena litigato con Craxi, per il referendum sulla preferenza unica, e gridava: “Io stavolta a baciare la pantofola ad Hammamet non ci vado!”. Avevo 36 anni e dovevo inventare tutto: nome, sigla, studio, logo, redazione. Un sogno. Per prima cosa reclutai Lamberto Sposini e Clemente Mimun».

È vero che la prima sera lanciò tre servizi e non ne partì nessuno?
«È vero. Ma battemmo il Tg1».

Quasi subito Berlusconi scese in campo.
«Andai a cena ad Arcore con Confalonieri, Letta e Gori, che era direttore di Canale5, a scongiurarlo di cambiare idea. Noi quattro eravamo tutti contrari. Ma lui aveva già deciso».

[…] Nel 2004 la mandarono via.
«Dopo tredici anni capita, anzi è persino giusto».

[…] Lei ha avuto una vita sentimentale da divo di Hollywood.
«Ho avuto una vita sentimentale da laico. E ho avuto Stefano dalla prima compagna, Alice dalla seconda, Giulio e Vittoria dalla mia ex moglie».

Ha lasciato o è stato lasciato?
«Era finita. Ma sono sempre stati amori decennali. Compreso quello in corso».

Come ha conosciuto Francesca Fagnani?
«Venne a intervistarmi per una rivista d’arte. Mi incuriosì, e non solo per la bellezza. Era determinata, non arrivista. Una secchiona capace di studiare due notti di fila per far bene una cosa».

[…] Lei cosa vota?
«Ho votato socialista dal 1975 al 1992; poi non ho più votato. Ma conservo gli ideali di progresso, di diritti civili, di giustizia sociale della mia giovinezza».

Eppure si ha la sensazione che la sinistra le stia più antipatica della destra.
«La sinistra non mi sta antipatica; la sinistra è antipatica. Anche questo lo sanno tutti, come la formazione della Grande Inter. È aristocratica, elitaria, convinta di essere la parte migliore, vocata a governare anche quando (quasi sempre) perde. È come la vecchia Y10: piace alla gente che piace; e dispiace a tutti gli altri. Ma la destra mi è estranea, e quella dei decreti rave e migranti ancor di più».

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