Lino Guanciale: “Machismo? Su un set mi impedirono di piangere. L’ultimo decreto del governo ha unito la categoria: ora siamo tutti d’accordo”. Lino Guanciale sul machismo sui set, i tagli alla cultura, il Commissario Ricciardi, e non solo. L’attore abruzzese, 46 anni, da lunedì torna su Rai 1 con la terza stagione della serie nata dalla penna di Maurizio De Giovanni. Ne parla in una intervista a ‘La Stampa’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi
Per la prima volta vedremo l’eroe nato dalla penna di Maurizio De Giovanni lottare a muso duro contro il fascismo e, al contempo, aprirsi all’amore. Questo nuovo approccio al personaggio offre l’occasione per riflettere su un tema cruciale: il modello maschile dominante nella nostra cultura. L’attore osserva che «Siamo cresciuti in un humus culturale che trasuda di maschi alfa: un retaggio con cui tutti, e tutte, dobbiamo fare i conti. Da attore ho frequentato personaggi affetti da machismo e ho avuto la riprova che quella mentalità ha fatto il suo tempo. Ricciardi se ne frega invece di determinati obblighi legati all’essere uomo. È un antieroe, perché è chiuso, silenzioso, sensibile, impacciato nell’affettività e questa diversità pone un tema decisivo: è possibile incarnare una strada per il maschile davvero alternativa ai machismo?».
Lino Guanciale: “Machismo? Su un set mi impedirono di piangere”
Alla domanda se questo percorso sia ancora così difficile, l’attore risponde con un episodio emblematico. «Le rispondo con un aneddoto. Ero su un set – ma non le dirò mai quale – e a un certo punto proposi al regista di aggiungere un momento di fragilità delicata. Mi risposero che il mio personaggio era un maschio quindi meglio se non piangevo o al massimo, se lo facevo, dovevo nel frattempo spaccare tutto perché sarebbe stata una reazione più credibile per il pubblico. Questo dimostra che siamo tutti dentro un circolo, dal quale si può uscire solo se iniziamo a dire no a certe idee».
Riflettendo sugli stereotipi maschili dai quali fatica ancora a liberarsi, l’attore ammette: «Dalla mentalità competitiva. Anche se non la condivido, ho introiettato quell’idea per cui bisogna apparire sempre forti. Se mostro le mie fragilità, le useranno contro di me. E dire che, invece, esternarle sarebbe proprio la strada maestra per affrontarle».
Il cambiamento, nella serie, è innescato dall’amore. Anche nella vita personale dell’attore, l’amore ha avuto un ruolo trasformativo. «Sono sicuramente un uomo diverso. Sposarsi non vuol dire imbrigliare un rapporto ma dargli un nome. Questo ti permette di dare al legame una progettualità e viverla giorno per giorno».
La serie è ambientata in epoca fascista, e questo porta inevitabilmente a interrogarsi sul presente. L’attore esprime le sue preoccupazioni: «Non mi spaventano tanto alcune manifestazioni nostalgiche: non credo che la storia possa ripetersi in modo identico. Non avremo un’altra marcia su Roma. Mi terrorizza semmai la convinzione, sempre più dilagante, che la legge del più forte debba imporsi sul diritto. E non parlo solo dell’Italia: ovunque si sta scivolando verso una logica suprematista e darwiniana».
Lino Guanciale: “L’ultimo decreto del governo ha unito la categoria: ora siamo tutti d’accordo”
Nel nuovo capitolo, Ricciardi si troverà ad affrontare un serial killer, una figura criminale inedita per l’epoca. Questo spunto offre l’occasione per riflettere sulla forma che la violenza sta assumendo oggi. «Sicuramente virtuale. Stiamo purtroppo sottovalutando l’impatto e la radicalità della violenza online. Inoltre negli ultimi tempi assistiamo a omicidi e accoltellamenti casuali: si uccide chi passa, senza un motivo personale. Tale natura randomica riflette un disagio sociale e psicologico che avevamo individuato durante la pandemia e che forse, ora, abbiamo perso di vista. Il sistema sanitario andrebbe sostenuto economicamente per permettergli di fronteggiare i nuovi disagi: il costo delle sedute è spesso proibitivo, solo per fare un esempio».
Infine, l’attore si sofferma sullo stato della cultura, in particolare su tv e cinema, messi a rischio da recenti politiche. «L’unico pregio dell’ultimo decreto è di essere riuscito a compattare un intero settore: siamo tutti d’accordo che se si procede su questa china, tv e cinema imploderanno. Il vuoto che si creerebbe sarebbe occupato da capitali stranieri che esautorerebbero del tutto la creatività italiana. Se si vuole difendere la nostra specificità, serve che il legislatore si metta in ascolto, senza preclusioni pregiudiziali, del settore il cui funzionamento ha delle specificità. Se le si ignorano, non è possibile normarlo in modo corretto».
Seguici anche su Facebook. Clicca qui












Aggiungi Commento