Lino Guanciale: “Miracolo a Milano? Il mio Totò come De Curtis per un aspetto. Il governo ha chiuso i canali di ascolto con la categoria”. Lino Guanciale su Miracolo a Milano, le difficoltà di Cinema e Teatro negli ultimi tempi, e non solo. L’attore abruzzese, 46 anni, ne parla in una intervista a ‘La Stampa’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Lino Guanciale torna in televisione con Miracolo a Milano, il primo remake teatrale della favola di Zavattini e De Sica, in onda su Rai1. Racconta che questo ruolo rappresenta per lui una tappa particolare, perché «il primo personaggio realmente esistito che ho interpretato, uno scrittore che ho amato fin da quando, da ragazzo, mi ero incaponito nella lettura di tutti gli Strega, i Viareggio e i Campiello. Poi tenga conto che mio padre era medico, e che per un po’ ho pensato di diventare psichiatra».
Parlando del protagonista, Guanciale spiega come questo Totò richiami inevitabilmente Antonio De Curtis: «Quello del varieté, la marionetta d’avanguardia che all’epoca affascinò gli intellettuali italiani, presente nella concezione originale del copione di Zavattini». Ma la figura si intreccia anche con un’altra grande eredità artistica, perché, aggiunge, «dal punto di vista teatrale e linguistico è lui l’artista con cui ho il debito più forte. Alcuni suoi pezzi hanno la forza di una sintesi brechtiana: perché Jannacci ha messo le mani nell’anima della città, investigandone i suoni».
Lino Guanciale: “Miracolo a Milano? Il mio Totò come De Curtis per un aspetto”
Il discorso si sposta poi su Milano, una città che oggi più che mai divide e affascina, e che lo spettacolo riflette continuamente, pur rifacendosi a un film di 75 anni fa. Guanciale osserva che «qui hai tutto a portata di mano, mille opportunità, un’offerta culturale formidabile, una facilità negli spostamenti altrove impensabile. Però hai anche uno sbarramento economico altissimo. Un dato di fatto, che negli ultimi anni si è turboaccelerato».
Per questo, lui, il regista Claudio Longhi e l’autore Paolo Di Paolo hanno scelto una via precisa: «abbiamo scelto di non cadere in un riferimento troppo facile all’oggi, che avrebbe diminuito la metafora politica del testo originario. È più utile, invece, mettere la Milano del 2026 davanti allo specchio di quella del 1951: così si vede che in questo nostro omaggio alla città, critico come è bene che siano tutti gli omaggi, c’è una chiamata alla partecipazione politica del pubblico».
Riflettendo sul film originale, ricorda come all’epoca De Sica e Zavattini furono accusati di idealismo e di escapismo, quasi tradissero il neorealismo. Eppure, sottolinea, «la favola che come tutte le favole è poi nerissima: perché nel volo sulle scope c’è l’ombra della morte, non solo la gioia della libertà. Lo definirono democristiano perché c’era la parola miracolo nel titolo e pure gli angeli. Ma lo definirono pure comunista».
Il tema della povertà, ieri come oggi, resta centrale. Guanciale lo descrive con lucidità: «gli scarti del sistema, da nascondere sotto il tappeto: l’idea dell’insuccesso totale che, in termini oppositivi, serve a legittimare la cosiddetta normalità. Un trend mondiale, e c’è chi lo applica con ancora più radicalità di noi: che siamo nella parte privilegiata del globo, ma con intorno il caos. Però nel sistema tutti accettiamo di vivere. A meno che, finalmente, si cerchi di aprire gli occhi e trovare un’alternativa».
Lino Guanciale: “È il momento di schierarsi”
Quando il discorso tocca il clima di angoscia globale, anche come padre, Guanciale non esita a prendere posizione: «Credo che sia necessario schierarsi: prima come individui, poi come comunità e poi anche come nazioni contro la legge del più forte. Il diritto internazionale è diventato lettera morta, l’architettura delle nostre istituzioni, lo stato di diritto sono superati? Chi la pensa così lo dica e basta. E chi non la pensa così si schieri, senza troppe mediazioni. L’opposizione alzi la mano, non è più tempo di compromessi».
E aggiunge che «non ho difficoltà a dire che siamo arrivati agli antipodi rispetto a come vorrei che funzionasse il mondo. Come anime belle siamo cresciuti nella speranza che si potesse affermare una reale uguaglianza, ma il meccanismo s’è inceppato. E allora proviamo a disincastrarci: puntiamo le carte sull’Europa, l’unica che in questo momento può scompaginare il quadro».
Lino Guanciale: “Il governo ha chiuso i canali di ascolto con la categoria”
Infine, affronta la questione dello stato della cultura e dello spettacolo in Italia, chiedendosi se oggi sia più difficile fare questo mestiere. «Mi viene da dire: è mai stato facile?» osserva, ricordando come durante il Covid sembrasse aprirsi una nuova fase, con una categoria più unita e persino il primo contratto per attrici e attori dell’audiovisivo.
Ma oggi, spiega, «purtroppo, i canali di ascolto fra governo, legislatori e chi fa questo mestiere si sono interrotti, con gravi conseguenze per il teatro e soprattutto per il cinema, in fase di stallo dopo l’empasse del tax credit. Anche il progetto di una seria indennità di intermittenza è finito in nulla». E conclude con una riflessione netta: «Ma se si vuole fare davvero il bene di un settore le categorie produttive devi ascoltarle: chi è al governo ha tutto il diritto di avere un’idea di cultura diversa dalla mia. Ma ha il dovere di starci a sentire, e di capire come funzionano le cose. Senza liquidarci come quelli che rompono le scatole per avere più soldi».
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