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Salute

Reprimere la rabbia provoca danni al corpo e alla mente: scoperti due traumi allarmanti

Reprimere la rabbia è profondamente dannoso sia per il corpo che per le relazioni interpersonali. Secondo la psichiatra forense Adelheid Kastner, compromette l’equilibrio biologico e mina la salute mentale, generando tensioni che si ripercuotono sulle relazioni e sul benessere generale.

In un’intervista pubblicata da Der Spiegel, la direttrice della Clinica di Psichiatria Forense dell’Ospedale Universitario Kepler di Linz, critica l’idea diffusa che la calma costante sia un valore assoluto, sostenendo che considerare la rabbia un’emozione negativa alimenta un modello di auto‑ottimizzazione che nega la natura umana e impedisce di elaborare segnali fondamentali come ingiustizia, minaccia o frustrazione.Kastner sottolinea che la rabbia, come tristezza o invidia, è un sentimento normale e transitorio.

Ciò che conta è la gestione: l’emozione è universale e svolge la funzione di indicare che qualcosa nell’ambiente o nelle relazioni richiede attenzione. Dietro un’esplosione di rabbia, spiega, si nascondono spesso sensazioni di minaccia, provocazione, frustrazione o percezione di ingiustizia. Quando bisogni e aspettative non vengono soddisfatti, il risentimento si accumula e cerca una via di uscita. La questione centrale non è se sfogare la rabbia, ma come farlo.

I rischi

Le persone che vivono in uno stato di eccitazione costante, irritabili o inclini a scoppi d’ira, corrono rischi che superano i conflitti quotidiani: ipertensione, livelli elevati di cortisolo, danni permanenti agli organi e deterioramento delle relazioni personali e professionali. Kastner distingue nettamente tra rabbia e aggressività: la prima non è distruttiva, la seconda sì, e rappresenta spesso il risultato di una cattiva gestione emotiva.

Urlare o perdere il controllo è controproducente, perché l’interlocutore percepisce solo il comportamento scorretto, non il contenuto del messaggio.Una parte dell’analisi riguarda l’infanzia. Frasi come “non arrabbiarti” inducono i bambini a credere che ciò che provano sia sbagliato. Kastner propone invece di isolarli temporaneamente dall’ambiente per permettere loro di calmarsi e, successivamente, chiedere cosa li abbia fatti arrabbiare. Questo approccio legittima l’emozione e stabilisce limiti chiari.

L’esperta suggerisce inoltre ai genitori di verbalizzare il proprio stato emotivo, mostrando che la rabbia può essere espressa senza perdere il controllo. La società giudica diversamente l’espressione della rabbia a seconda del genere: è più accettato che gli uomini alzino la voce, mentre le donne vengono etichettate come isteriche. Queste differenze riflettono aspettative sociali radicate: il bambino che prende a calci i giocattoli viene giustificato, la bambina che lancia una bambola viene definita ribelle.

Dare un nome alla rabbia

Identificare e nominare le emozioni, afferma Kastner su Der Spiegel, aumenta la libertà di decidere come agire. Dare un nome alla rabbia permette di scegliere se esprimerla e in quale forma. La psichiatra osserva anche un fenomeno sociale sorprendente: l’intensità della rabbia collettiva nel dibattito pubblico, spesso alimentata da questioni marginali e da informazioni distorte provenienti da piattaforme come TikTok o Telegram.

Come perito in processi penali, riceve email da persone che contestano verdetti senza conoscere gli atti o le basi giuridiche. Ognuno ha diritto alla propria opinione, ma non ai propri fatti: i sentimenti non sostituiscono la realtà. Chi si arrabbia spesso tende a cercare la causa all’esterno. Di fronte a piccoli episodi quotidiani, la mente costruisce interpretazioni che presuppongono intenzioni negative, quando le ragioni reali sono spesso distrazione, stress o errore. Mettersi nei panni dell’altro e chiedere chiarimenti può evitare conflitti inutili e favorire relazioni più sane.

Quando l’abuso è reale, Kastner propone due strategie: ignorare attivamente le critiche ingiustificate oppure cambiare radicalmente la situazione, ad esempio cercando un nuovo lavoro. L’obiettivo è uscire dal circolo vizioso di rabbia e frustrazione, perché restarvi intrappolati ostacola la crescita personale. “Ciò che non evolve è morto”, conclude la psichiatra.

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