Un batterio intestinale riduce il grasso viscerale e rallenta l’aumento di peso: la scoperta. Un batterio intestinale riduce il grasso viscerale e rallenta l’aumento di peso, è quanto hanno scoperto i ricercatori della Duke University School of Medicine negli Stati Uniti. Si tratta di una molecola di zucchero rilasciata dal batterio intestinale Clostridium immunis.
Secondo lo studio pubblicato su Cell Host & Microbe e riportato da Sci.News, gli esperimenti condotti sui topi hanno evidenziato che una singola dose orale del batterio può ridurre il peso corporeo, abbassare i trigliceridi nel sangue e diminuire il grasso viscerale.
Dopo una settimana, gli animali trattati presentavano una riduzione di circa un terzo del grasso accumulato intorno agli organi interni, senza variazioni significative del grasso sottocutaneo. Nei topi alimentati per dodici settimane con una dieta ricca di grassi, il batterio ha inoltre limitato l’aumento di peso e migliorato la tolleranza al glucosio. I ricercatori hanno attribuito questi effetti a un esopolisaccaride, una grande molecola di zucchero prodotta dal microrganismo. Per risultare efficace, il composto deve contenere fosfocolina, una modificazione chimica che ne influenza la struttura.
Per verificarne l’importanza, gli scienziati hanno creato una variante di Clostridium immunis priva dei geni necessari a incorporare la fosfocolina. In questo caso, la molecola ha perso la capacità di ridurre il peso e il grasso corporeo negli animali. Un esperimento inverso ha confermato il ruolo di questi geni: introducendoli nel batterio Clostridium symbiosum, inizialmente privo di effetti sul peso, il gruppo ha ottenuto un microrganismo capace di ridurre il grasso nei topi.
Individuato un possibile meccanismo biologico
Lo studio ha inoltre individuato un possibile meccanismo biologico. L’esopolisaccaride riduce i livelli della proteina IL-22, prodotta da cellule immunitarie chiamate cellule linfoidi innate di gruppo 3. Questa diminuzione sembra favorire il reclutamento, nel tessuto adiposo viscerale, di cellule contenenti UCP1, una proteina associata alla produzione di calore e al consumo energetico. Il processo potrebbe quindi aumentare l’energia utilizzata dall’organismo e contrastare l’accumulo di grasso attorno agli organi interni.
Per esplorare la possibile rilevanza per gli esseri umani, gli autori hanno analizzato dati genetici provenienti da migliaia di campioni di feci raccolti in studi precedenti. I geni necessari alla produzione del marcatore di fosfocolina risultavano meno frequenti nei microbiomi delle persone con obesità o livelli elevati di trigliceridi.
Gli scienziati sottolineano tuttavia che questi risultati non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto tra microbioma e obesità nell’uomo. Non è ancora noto se il composto possa produrre effetti analoghi nelle persone, quanto a lungo possano durare i suoi benefici dopo la sua eliminazione dall’organismo e se altre cellule immunitarie partecipino al riconoscimento della molecola.
Secondo il dottor Neeraj Surana e i colleghi, l’aumento globale dell’obesità rappresenta una sfida crescente. Le stime indicano che entro il 2035 oltre metà della popolazione mondiale potrebbe essere in sovrappeso o obesa, con conseguenze per la diffusione di malattie cardiometaboliche, tra cui diabete di tipo 2, cardiopatia coronarica e ictus. Gli autori ritengono che il composto possa aprire nuove prospettive terapeutiche, ma saranno necessari ulteriori studi per valutarne sicurezza, durata ed efficacia negli esseri umani.
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