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Salute

Cosa accade nel cervello dei bambini che mangiano alimenti ultra-processati: la scoperta

Cosa accade nel cervello dei bambini che mangiano alimenti ultra-processati: la scoperta. Gli alimenti ultra-processati potrebbero essere associati non soltanto all’aumento di peso nei bambini, ma anche a specifiche risposte cerebrali. È quanto emerge da una ricerca della Keck School of Medicine dell’Università della California del Sud, pubblicata su JAMA Network Open, sul rapporto tra alimentazione e composizione corporea.

I quesiti posti alla base dello studio sono due: cosa accade nel cervello dei bambini che mangiano alimenti ultra-processati e se l’attività cerebrale contribuisca all’accumulo di grasso nel tempo. Sono stati coinvolti 46 bambini americani normopeso, tra i 7 e i 10 anni; il 57 per cento erano femmine e l’età media era di 8,7 anni.

Le abitudini alimentari sono state ricostruite attraverso due questionari di richiamo delle 24 ore. Gli alimenti sono stati classificati secondo il sistema NOVA, che distingue quattro livelli in base alla trasformazione, dai prodotti non trasformati a quelli ultra-processati, come cereali da colazione, pane industriale e zuppe istantanee.

I test

Per rilevare le risposte cerebrali, i ricercatori hanno effettuato una risonanza magnetica funzionale. Prima dell’esame, ogni bambino ha bevuto una bevanda a base di glucosio per standardizzare la sazietà, poiché la risposta dello striato può variare con la fame. Durante la scansione, i partecipanti hanno osservato fotografie di alimenti appetitosi, come biscotti e patatine, alternate a immagini di oggetti neutri. La composizione corporea è stata misurata nuovamente dopo dodici mesi.

In media, il 67,7 per cento del fabbisogno calorico giornaliero dei bambini proveniva da alimenti ultra-processati. Le immagini cerebrali hanno mostrato un’associazione tra un consumo abituale più elevato di questi prodotti e una risposta più intensa nello striato dorsale, regione coinvolta nell’apprendimento, nella motivazione e nell’anticipazione della ricompensa.

Non è stata invece osservata un’associazione statisticamente significativa nello striato ventrale, più strettamente collegato al piacere immediato derivante da una ricompensa. La differenza è stata interpretata attraverso la teoria della “sensibilizzazione incentivante”: l’esposizione ripetuta a stimoli gratificanti potrebbe amplificare i circuiti del desiderio, cioè la spinta a cercare uno stimolo, senza modificare nella stessa misura quelli del piacere legato al consumo.

Aumento della voglia

In altri termini, i bambini che mangiano molti alimenti ultra-processati non necessariamente provano più piacere nel mangiarli, ma potrebbero essere spinti più intensamente a ricercarli. L’analisi della connettività funzionale ha inoltre rilevato una connessione più forte tra striato dorsale e insula nei bambini con consumi maggiori.

Dopo un anno, una maggiore attivazione dello striato dorsale in risposta alle immagini alimentari risultava associata ad aumenti dell’indice di massa corporea e della percentuale di grasso corporeo. Il consumo iniziale di alimenti ultra-processati era inoltre associato a un incremento della circonferenza della vita.

Quando i ricercatori hanno inserito nei modelli statistici la risposta dello striato dorsale, il legame tra consumo di questi alimenti e variazioni dell’indice di massa corporea si è ridotto del 31 per cento; quello con la percentuale di grasso corporeo è diminuito del 44 per cento. Il dato suggerisce che l’attività del sistema cerebrale della ricompensa possa spiegare una parte significativa dell’associazione tra alimentazione e cambiamenti della composizione corporea, ma non prova un rapporto causale.

I limiti

Gli autori sottolineano diversi limiti. Il campione di 46 partecipanti è ridotto e lo studio è osservazionale. Non è quindi possibile stabilire se gli alimenti ultra-processati producano le differenze cerebrali oppure se i bambini con un sistema di ricompensa più reattivo scelgano più spesso questi prodotti. Inoltre, l’attività cerebrale è stata misurata una sola volta e non è noto se le risposte persistano o cambino nel tempo.

Kathleen Page, coautrice della ricerca e codirettrice della Divisione di Endocrinologia e Diabete della Keck School of Medicine, ha affermato che lo studio offre indicazioni sulle possibili basi neurobiologiche del rapporto tra alimenti ultra-processati e composizione corporea. Ha aggiunto che la responsabilità non dovrebbe ricadere soltanto sulle famiglie, perché questi prodotti sono spesso tra le opzioni più economiche e accessibili.

Per la ricercatrice, migliorare il contesto alimentare e facilitare l’accesso a cibi più sani e minimamente trasformati è una parte importante della soluzione. Il gruppo BrainChild intende seguire i partecipanti fino alla giovane età adulta e progettare uno studio d’intervento per verificare se sostituire gli alimenti ultra-processati con prodotti meno trasformati possa modificare le risposte cerebrali e l’evoluzione del peso. Servono conferme attraverso campioni più ampi e studi sperimentali futuri.

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