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Marco Risi: “La competizione coi Gassman e quella frase di Vittorio. Amicizia con Vanzina interrotta dalle mogli”

Marco Risi e la competizione coi Gassman, l’intervista a ‘La Repubblica’

Marco Risi: “La competizione coi Gassman e quella frase di Vittorio. Amicizia con Vanzina interrotta dalle mogli”. Il regista e produttore cinematografico figlio d’arte si racconta in una lunga intervista rilasciata all’edizione romana de ‘La Repubblica’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

A suo avviso, c’è davvero da temere il peggio per il futuro della città?
«Non saprei: mi limito ad osservare che, se per qualche tempo, i romani sono stati ligi alle regole, ordinati, disciplinati, gentili, disponibili, molto rapidamente tutto è stato dimenticato. Le persone per strada sono tornate a guardarsi in cagnesco, gli automobilisti a suonare ai semafori e a parcheggiare in terza fila, ma soprattutto non si sono mantenuti i doverosi comportamenti sociali che raccomandavano attenzione e distanziamenti. L’ impressione è che i romani non riescano a credere che le cose temute possano accadere realmente».

Insomma, ben venga lockdown?
«Per carità non voglio dire questo: in primavera durante la reclusione ho sofferto per l’ impossibilità di andare al cinema e ora trovo irragionevole la chiusura di questi luoghi che sono i più sicuri e protetti della vita sociale. Durante il lockdown, ho cercato di resistere all’ isolamento, continuando a fare le cose di sempre: leggere, scrivere, ideare progetti, sentire gli amici, ma senza provare alcun senso di colpa per le cose che avrei dovuto fare e non facevo, giustificato, per una volta, dalle inevitabili limitazioni imposte dalla pandemia».

Questa capacità di sapersi adattare anche alle situazioni difficili e complicate è considerata una caratteristica tipicamente romana.
«Non so se derivi da un innato cinismo o sia frutto di un Dna che affonda le radici nella storia, per cui i romani, me compreso, hanno l’ impressione di sapere tutto, di essere sempre un passo avanti, anche se in realtà sappiamo pochissimo e vivacchiamo sulle ceneri di Giulio Cesare».

Marco Risi: “Competizione coi Gassman? Mia storia con D’Aloja fece infuriare Vittorio”

[…] in passato, i rapporti fra Roma e il cinema erano idilliaci.
«Non so se fossero davvero idilliaci, forse, più realisticamente, a Roma negli anni ’60 si respirava nell’aria la gioia di vivere e si era tutti più sereni. Di sicuro, c’era un maggiore rispetto nei confronti degli altri. Inoltre poter dire di avere un padre regista incuteva una certa soggezione: oggi, al contrario, il lavoro nel cinema ha perso qualsiasi fascino».

Avere un padre famoso, conoscere i volti più popolari del cinema dell’epoca, le ha consentito di vivere un’infanzia e una giovinezza da privilegiato?
«In realtà non più di tanto. È vero che sono cresciuto in un quartiere ricco, in un appartamento di fronte al ristorante Celestina in viale Parioli 103/a, ma nella zona il nostro condominio era chiamato il palazzaccio, perché particolarmente brutto […]».

E le frequentazioni con i divi dell’epoca?
«Molto meno di quanto si possa immaginare: da ragazzo, credo di aver incontrato Tognazzi una sola volta, quando ci venne a trovare al mare, durante una vacanza a Tor San Lorenzo. Gassman l’ho conosciuto al Circeo quando avevo già vent’anni. Tra lui e mio padre c’è sempre stata una sottile competizione in fatto di donne. Così Vittorio, quando la mia ex-moglie Francesca D’Aloja lasciò suo figlio Alessandro per mettersi con me, la convocò pretendendo una spiegazione sul “misfatto” e, al momento del saluto, con una certa enfasi, le disse: “Ricordati che fra i Risi e i Gassman hanno sempre vinto i Gassman”».

Marco Risi: “Competizione coi Gassman in fatto di donne”

Ha coltivato amicizie nel mondo del cinema?
«Ho avuto, perché purtroppo non c’è più, un amico davvero fraterno: Carlo Vanzina, che era una persona gentile, cortese, coltissima. Per anni siamo stati inseparabili, poi, a complicare il rapporto, sono intervenute le mogli e abbiamo iniziato a vederci meno, pur restando sempre in contatto. Da ragazzi, andavamo al cinema insieme, vedevamo anche due o tre film nella stessa giornata.

Studiavamo poco, ma a scuola Carlo andava benissimo. All’epoca, e oggi la cosa sembra ridicola, si entrava in sala quando capitava, anche a metà del secondo tempo: si vedeva prima la fine del film e poi l’inizio. Una cosa assurda, come iniziare un libro a pagina 95 e successivamente leggere l’incipit. Con Carlo ci rendemmo presto conto di questa cosa assurda e diventammo spettatori rigorosissimi: il film si doveva vedere integralmente dai titoli di testa a quelli di coda. Tuttavia il modo selvaggio di andare al cinema proseguì fino agli anni ’80. Carlo riempiva un quadernetto con appunti da critico, una professione che avrebbe voluto fare».

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