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Spettacolo

Max Gazzè: “Matematica dei rami? Mi ha sempre affascinato un aspetto dell’apprendimento”

Max Gazzè e la “Matematica dei rami”, l’intervista a TV Sorrisi e Canzoni”

Max Gazzè: “Matematica dei rami? Mi ha sempre affascinato un aspetto dell’apprendimento”. Il cantautore presenta il suo nuovo lavoro discografico e racconta un po di sé in una intervista a TV Sorrisi e Canzoni”. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Max, dobbiamo partire da questa “matematica dei rami” leonardesca: dove l’ha incontrata?
«Sono sempre stato affascinato dalle questioni poco indagate nel corso dei nostri apprendimenti scolastici e accademici. Di Leonardo, per esempio, si conoscono tante cose, ma molti suoi studi non sono altrettanto studiati. Tra questi c’è appunto la “matematica dei rami”, che è uno studio affascinante: il modo in cui l’albero nasce e cresce, fa sì che sviluppi un equilibrio per resistere meglio al vento.

Questo riguarda anche la configurazione dei rami, il modo in cui sono messi e si sviluppano. Esistono leggi naturali che noi avremmo il dovere di conoscere più a fondo, però a volte sono talmente difficili e “asimmetriche” rispetto alla nostra natura, che inevitabilmente ci fidiamo di più delle geometrie euclidee che delle asimmetrie della natura.

Così tracciamo linee rette e piantiamo pali dritti perché è più facile l’esemplificazione, mentre il “calcolo” della natura è talmente asimmetrico che ci sfugge e ci impaurisce. Invece nel caos dell’universo esiste un incredibile e “glorioso” equilibrio».

Lei come si è visto crescere nel tempo? Ha sviluppato rami abbastanza elastici da rompere il vento?
«Ha detto una cosa interessante: il ramo si piega per resistere al vento. Ecco, la sensibilità che una persona acquisisce gli fa capire che bisogna fluire insieme al cambiamento. Il segreto sta proprio nella flessibilità del ramo e non nella sua durezza, perché ci sarà sempre un vento così forte da spezzare chi resiste.

Nessun vento, invece, potrà mai spezzare il ramo “abituato” alla flessibilità. Io sono cambiato proprio in questo senso: prendo tutto ciò che accade nella mia vita come un modo in cui l’universo si presenta a me, e lo vivo con estrema serenità. Tutte le cose, complicate o facili che siano, sono parte di un unico meccanismo che comprende i due tipi d’evento come estremità opposte dello stesso diametro».

[…] Parliamo del suo più antico “compagno di strada”, suo fratello Francesco Gazzè…
«Quando all’inizio degli Anni 90 ho iniziato a portare avanti progetti miei, ho cominciato a fare esperimenti musicando poesie scritte da lui, e dunque prendendo come riferimento anche la tecnica della scrittura poetica: assonanze, rime interne… Insomma, un modo di scrivere in cui c’è già musica nel testo. Se una canzone come “Sotto casa”, del 2013, non avesse avuto nel testo una metrica che già di per sé “raccontava” una musica, sarebbe stata incantabile. La parola è già musica: trovare una melodia nella musica delle parole, costruirci un arrangiamento, è parte del gioco.

La collaborazione con mio fratello nasce soprattutto dal dare importanza al suono delle parole: le parole hanno un suono e il modo in cui sono messe in successione fa sì che l’armonia segua quel che è già nel testo. È una cosa a cui magari non si fa caso, ma ci sono maestri che hanno sempre lavorato così, da Fabrizio De André a Francesco Guccini. Quando suonavo punk e jazz in Belgio, io già ascoltavo “Via Paolo Fabbri 43” di Guccini. Come lui, mi portavo il fiasco di vino ai concerti e lo appoggiavo sull’amplificatore del basso, così le vibrazioni puntualmente lo facevano cadere…

In quel periodo, il mio unico rapporto con la lingua italiana veniva dai cantautori, e quello è stato l’inizio della mia formazione e della mia passione verso la poesia: Eugenio Montale, che amo in modo particolare, e poi Andrea Zanzotto, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine…».

Quindi la struttura classica della “canzonetta” proprio non le appartiene?
«No, no, mi appartiene! A me piace uscire dagli schemi, variare, le mie canzoni non devono “raccontare” un’unica identità. Mi piace fare cose anche con rime non tecnicamente complesse: rime baciate, rime alternate… D’altronde il processo artistico si realizza quando quel che fai viene letto e interpretato anche in maniera semplice da chi ti ascolta, e si spezza quando chi ascolta non capisce che cosa stai facendo: in questo caso non sei di fronte a un processo artistico, ma solo a una pippa mentale dell’artista».

Qual è la canzone che le ha fatto capire che stava sulla strada “giusta”, unendo il tuo desiderio a quello del pubblico?
«Ogni mio disco comprende canzoni più pop, più radiofoniche, che cerco di fare in maniera dignitosa. A volte, poi, in quelle canzoni ci sono dei “camuffamenti”, nel senso che la loro “accessibilità” nasconde invece complessità negli arrangiamenti o nella produzione. “Il solito sesso”, per esempio, è un brano pop con sei tonalità e senza ritornello. “Cara Valentina” cambia accordo a ogni misura, non ha un ritornello, eppure ai concerti la cantano tutti ed è un po’ il mio “cavallo di battaglia”.

Sono pezzi che, secondo la tipica struttura della canzone pop, letteralmente non hanno né capo né coda, eppure “Il solito sesso” è stato uno dei brani più passati del 2008, e “Cara Valentina”, fatta uscire senza nessuna ambizione di vita radiofonica, ha aiutato moltissimo a far conoscere il disco “La favola di Adamo ed Eva”. Risultati inaspettati di questo genere danno molta soddisfazione.

Anche in “La matematica dei rami” c’è un brano nato da un’ispirazione emotiva “sfogata” senza pretese, senza premeditazione: è “Figlia”. Lo ha composto la Magical Mystery Band, io l’ho portato a casa e ci ho adattato un testo di mio fratello trovando una melodia in un momento di grande ispirazione. Il risultato è sublime, secondo me. Quando ho proposto alla band la mia prova di “Figlia” è successo che ai ragazzi sono venute le lacrime per la bellezza del testo e per il modo in cui la melodia si era inserita nella canzone».

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