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Zingaretti: “Il Re mette in luce un tratto tipico italiano. Futuro? Cambiamo modo di pensare o non si va da nessuna parte”

Zingaretti: “Il Re mette in luce un tratto tipico italiano. Futuro? Cambiamo modo di pensare o non si va da nessuna parte”. Luca Zingaretti su ‘Il Re’, il futuro, la carriera, la famiglia, e non solo, l’attore e regista romano, 62 anni, parla a tutto tondo in una intervista a ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] Le capita mai di giudicare i personaggi che interpreta?
«Mi capita perché sono un essere umano e tutti sbagliamo, ma da attore ho capito tanto tempo fa che bisognerebbe porsi di fronte al proprio personaggio non tanto come un giudice ma come un analista che deve sforzarsi di capirlo. Siamo, però, tutti esseri umani, è impossibile non giudicare».

Il Re mette in luce anche il desiderio di potere e di onnipotenza. È impossibile da esseri umani sfuggire anche a questi meccanismi?
«Non sono io che lo sostengo, mi sembra che sia abbastanza sotto gli occhi di tutti. Il potere, il “tu non sai chi sono io”, il fatto di avere accesso ad alcuni privilegi e il non volerci rinunciare per niente al mondo, sono sentimenti molto umani e inoltre la nostra cultura spesso favorisce che ci siano degli eccessi. È molto italiano il desiderio di privilegio, di superare la fila, di dire “ah io ne ho diritto, lei non sa chi sono io”. Credo sia uno degli aspetti peggiori della nostra cultura, di cui io però sono profondamente orgoglioso.

Perché alla fine siamo un popolo numericamente insignificante, se si guarda ai grandi numeri del mondo, ma abbiamo la possibilità di dire la nostra in tanti campi. Sono quindi orgoglioso di essere italiano, ma vedo anche i difetti che ci assillano, a cominciare dal desiderio di sopraffare l’altro in maniera prepotente».

Zingaretti: “Il Re mette in luce un tratto tipico italiano”

Come si combatte questo nostro lato oscuro?
«Se devo guardare a me stesso devo riconoscere che sono sempre stato poco interessato al privilegio. Trovo che sia poco interessante passare davanti agli altri o far parte di un circoletto privilegiato, e per questo in generale non sono molto tentato dal farlo. Se, invece, mi capita di assistere a situazioni in cui questo accade, a volte resto in disparte ma molte altre intervengo. Mi avvicino e dico “signore, probabilmente non se ne è accorto ma le volevo segnalare che c’è una fila da rispettare”. Ho imparato che è fondamentale lasciare sempre una via di fuga come a dire “di sicuro non si è accorto, era soprappensiero”».

[…] Ha raccontato di aver dovuto scegliere agli inizi tra il calcio e il teatro. Se n’è mai pentito?
«No. Ero molto giovane, ero stato preso dal Rimini e poco dopo mi arriva la lettera tanto desiderata di ammissione all’Accademia nazionale di arte drammatica. Ero in ritiro appunto a Rimini, d’inverno, che all’epoca era divertente come un luna park chiuso, e ho dovuto pensarci poco prima di lasciare tutto per coltivare quell’altra mia passione e tornare a Roma. Dico sempre che quando si può scegliere tra due passioni è un lusso incredibile. Le passioni ti salvano la vita. L’importante è averne una, lo dico sempre alle mie figlie, non importa quale sia, l’importante è che ci sia e che ti riempia le giornate, la testa, il cuore, la mente».

[…] Le capita ancora di dire “Montalbano sono”?
«No, no, quello è un capitolo chiuso. E devo dire che sotto questo aspetto mi ha aiutato molto la pandemia. L’ultimo Montalbano l’ho interpretato nel 2019. Poi è arrivata la pandemia che ha creato una frattura tra il prima e il dopo, come se fosse un periodo storico attraversato da una guerra. È cambiato tutto, e così quello che facevi prima in un attimo è diventato lontanissimo nel tempo. In più sempre nel 2019 sono morti tanti miei compagni di viaggio legati a quell’esperienza.

Mi fa sempre piacere ovviamente quando qualcuno mi ferma ancora per strada e mi parla di Montalbano con un affetto straordinario, mi dicono di avergli tenuto compagnia in tanti momenti difficili. Del resto, chi fa televisione entra nelle case delle persone durante i momenti familiari più intimi, è un po’ come se ti mettessi a tavola con loro».

Zingaretti: “Lolita e Montalbano si incontrano davvero”

Su Instagram sotto una delle sue ultime foto con sua moglie Luisa Ranieri, le scrivono «sarebbe un sogno un incontro tra Montalbano e Lolita Lobosco».
«(Ride). In realtà, in uno dei romanzi di Gabriella Genisi, Lolita Lobosco e Montalbano si incontrano davvero. Perché la scrittrice è sempre stata una grande affezionata di Camilleri e si è divertita a far entrare Montalbano nella questura di Bari. Lolita lo guarda e dice “ma chi è quello lì?”, perché un po’ le piace. Per quanto riguarda, invece, la mia versione e quella di Luisa mi sembra un po’ più difficile».

[…] Lei e Luisa Ranieri condividete lo stesso mestiere, e in passato avete anche lavorato insieme. Come trovate il giusto equilibrio?
«È difficile. Far parte dello stesso mondo ha indubbiamente anche tanti vantaggi, ma devo riconoscere che è molto difficile. Per tanti motivi. Perché l’attore è per sua natura egocentrico e individualista, perché ci vuole tanta comprensione e maturità per capire le istanze dell’altro, perché comunque sia è un mestiere che ti porta spesso lontano dalla famiglia e soprattutto se ci sono dei figli ti spinge a dover rinunciare ad alcuni lavoro. Una volta lavora uno, una volta l’altro, perché i figli vanno seguiti e quindi si può lavorare solo a turno. Ma devo ammettere che è bello continuare a lavorare su un rapporto, lo mantiene vivo».

In questi anni siete riusciti a rimanere lontani anche dalle dinamiche di “è il marito di”, “è la moglie di”.
«Diciamo che è anche una questione di buon gusto. E non ci sono invidie».

Zingaretti: “Per me la famiglia è tutto”

[…] Cosa significa famiglia per lei?
«Famiglia per me è un po’ tutto. È un rifugio, un alimento, è un po’ il posto dove tutto comincia e tutto finisce. Io sono molto, molto, molto, molto legato alla famiglia, sia alla mia, quella creata con Luisa e le bambine, sia alla mia di origine. Noi, sempre per merito di mia madre che è stata una forza della natura, siamo sempre stati una famiglia accogliente. Mi ricordo che noi ospitavamo tutti a casa nostra, c’erano sempre i sacchi a pelo per terra. Chi aveva bisogno di qualcosa, entrava. E anche oggi siamo sempre pronti ad accogliere e a ricevere. Perché percepiamo tutti la famiglia come una ricchezza, ma non come un guscio, come una protezione, ma non come un qualcosa che esclude. La famiglia non è muro, non è filo spinato, è un nucleo forte, che è forte perché accoglie».

Il mondo, però, oggi ci dice che dobbiamo dividere, polarizzare, che ci sono sempre due schieramenti.
«Bisognerebbe aprire un discorso molto lungo, ma voglio dire che abbiamo visto chiaramente, o almeno alcuni di noi l’hanno fatto, quali sono le sfide del futuro. Se non capiamo che dobbiamo cambiare modo di pensare anche rispetto all’accoglienza, rispetto a un’emergenza che si fa sempre più pressante, rispetto alla divisione di quelle che sono le risorse mondiali, noi non andremo da nessuna parte.

Non è possibile andare avanti così ancora a lungo. Nel mondo ci sarà sempre chi sta peggio e chi sta meglio, ma o abbiamo il coraggio di supportare le istanze di chi sta peggio, o chi sta peggio non busserà, ma spingerà per entrare dentro le nostre case. Giustamente. Perché anch’io farei lo stesso, perché la fame è brutta, perché significa che non potrai dare da mangiare a tuo figlio. E quindi bisogna proprio capire che siamo – uso una formula religiosa ma mi piacerebbe trovarne una più laica – tutti figli di Dio. È impossibile dire “io mi faccio gli affari miei, e tu ti fai i tuoi”. Non esistono più affari miei e affari tuoi».

Zingaretti: “Dopo i 60 anni ti girano solo le palle”

Come si sta passati i 60 anni? Sente meno pressione?
«No, dopo i 60 anni ti girano solo le palle. Perché non avverti grandi cambiamenti ma poi guardi i tuoi documenti e ti chiedi “ma quando sono arrivato a 60?”, “che cosa ho fatto nel mezzo?”».

[…] Ha finito da poco di girare il suo primo film da regista, La casa degli sguardi. Com’è andata?
«È stato meraviglioso realizzarlo anche se è stato molto difficile. Abbiamo lavorato per un tempo lungo e mi sono anche interrogato nel profondo su me stesso, ho trovato risposte ma anche nuove domande. Fare la prima regia ti mette molto in discussione, ho sperimentato anche una sana incoscienza perché di solito sono uno abbastanza riflessivo, che non fa mai il passo più lungo della gamba. Erano tanti anni che volevo girare un film, poi è arrivata questa storia e mi sono buttato con anima e corpo. È bello, a volte, non avere paracadute».

Regala ancora tanti fiori a sua moglie come quando l’ha conosciuta?
«Sempre, sono uno da gesti romantici. Perché è il mio modo di fare, ma soprattutto perché Luisa se li merita. Mi diverte fare le sorprese. A lei, alle mie figlie, ai miei amici. Vedere la felicità negli occhi della persona a cui vuoi bene non ha prezzo».

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