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Spettacolo

Ernia: “I vecchi scorreggioni del pop temono di perdere la poltrona. Canne e droga? Non siamo luminari”

Matteo Professione, meglio noto come Ernia, ha rilasciato una intervista ai microfoni di leggo.it:

Ernia punta il dito contro i commenti «subumani» ai testi, tra droga, carcere e temi sociali. «Criticano i nostri testi. Ma nessuno ha criticato Vasco per i suoi», le sue parole alla vigilia dell’uscita di 68 Till the end – doppio disco prodotto da Marz, Zef e Mr Monkey disponibile dal 5 aprile.

Ernia e il significato della copertina: «Credo di essere arrivato in centro. La metafora del percorso – quello dell’ autobus milanese 68 che dalla periferia di Bonola mi portava sui Navigli – si è materializzato con il successo dell’ album e con il tour tutto esaurito. Dall’ essere emergente sono diventato tra i giovani meglio considerati in Italia. E ora ho aggiunto quello che mancava. Un buon grado di spensieratezza che a 25 anni ci vuole. Mi sono presentato alla nuova generazione come quello che scrive e che sa esprimere i concetti. Ma nelle canzoni non dico alcuna grande verità».

«La gente si aspetta chissà che significato dai miei testi. E mi hanno criticato per la scelta di Chadia per il duetto, rapper distante da me per parole e musica. Sono stato accusato per questo di non dire più grandi verità. Ma perché quando mai le ho dette? Faccio il rapper, mica il ricercatore», spiega ai microfoni di leggo.it. Inoltre aggiunge: «Oggi si analizza e si giudica ovunque. Analizzano i testi di Sfera Ebbasta o di Achille Lauro: ma un cantante cosa dovrebbe fare, recitare Schopenhauer e Feuerbach? Forse si è frainteso cosa è la musica. E così la hit estiva diventa Roma-Bangkok (di Baby K e Giusy Ferreri, ndr), scelta a tavolino dalla casa discografica per fare una fraccata di soldi».

Sui destinatari delle accuse Ernia è chiaro: «I vecchi scorreggioni del pop temono di perdere la poltrona, perché sono i rapper a vendere, a fare music e show business. Il vecchio mummificato non si ascolta più. Le canne e la droga? C’erano prima dei rapper. Non siamo luminari. Il rap è diretto e descrittivo. Ma in passato l’analisi dei testi di Vasco Rossi non l’hanno mai fatta. È andata a casa con il negro, la troia, canta. In una sola frase c’è razzismo e sessismo. Io indagherei su tutta la musica italiana e non solo sui rapper».

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