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Beatrice Arnera: “Funerale al woke? Si può fare ma a una condizione. Non mi tengo il cecio in bocca, lo faccio per un motivo”

Beatrice Arnera: “Funerale al woke? Si può fare ma a una condizione. Non mi tengo il cecio in bocca, lo faccio per un motivo”. Beatrice Arnera sul funerale al woke, e non solo. L’attrice piemontese, 31 anni, parla di ‘Un tranquillo funerale di famiglia’, il film diretto da Massimiliano Bruno ispirato a Funeral Party, in una intervista a ‘Il Messaggero’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Beatrice Arnera arriva all’uscita in sala del 29, dopo il passaggio alla Festa di Roma, proiettata verso il weekend dei Morti: un periodo che per lei coincide con una riflessione più ampia sulla comicità e sui suoi confini. Lo chiarisce subito, rivendicando una libertà che considera necessaria: «Si può ridere su tutto tutto, se lo si fa con intelligenza. Non dobbiamo liberarci dal woke, che invece delle cose utili ce le ha consegnate. Se l’intento non è quello di ferire, si può ridere di quello di cui abbiamo riso sempre. L’intelligenza non è patina, che annebbia il riso».

Beatrice Arnera: “Funerale al woke? Si può fare ma a una condizione”

In un anno segnato da successi e cambiamenti personali – la separazione da Andrea Pisani, la nuova vita con Raoul Bova, un’attitudine naturale alla polemica – Arnera ha anche tenuto a battesimo Roast in Peace, progetto che incarna quella comicità senza freni che lei cerca. Racconta così il suo approccio: «Mi dovrei prendere una vacanza di un anno. Vede, quel programma ha rotto un argine: il funerale show. E non è un caso che io finisca in progetti così, perché me li vado a cercare: cerco nelle sceneggiature qualcosa di fastidioso, che mi metta in difficoltà, gli spigoli del limite imposto dagli altri mi piacciono. Voglio capire quello che si può fare e perché, per cambiare il limite. Con Rip qualcuno diceva che legittimavamo il bullismo: eh no, lì le “vittime” sono volontari che leggono prima le cattiverie e le approvano. La violenza è tale se non la vuoi ricevere. È come quello spot di tanti anni fa sull’Aids: se lo conosci, non ti uccide. E allora confermo: SI PUÒ FARE».

Il tema della libertà torna spesso nel suo discorso, quasi fosse la parola chiave del suo dizionario personale. Arnera lo ribadisce con forza, raccontando una nuova consapevolezza maturata nel tempo: «Ma sì, basta, a un certo punto invecchio veloce e quindi basta fare il provino nella speranza di piacere a tutti, basta tentare di ridere alla battuta garbata, un po’ omertosa, quanto basta ma che non ti fa spanciare. Io non voglio più accollarmi questa pratica del giudizio degli altri: se hai tempo di pensare male di me (e Beatrice è stata davvero bersaglio per le sue scelte di tanti strali social, ndr), io no. Io sto bene, scelgo anche l’acidello dalla vita e dal lavoro. Tutto questo mega pentolone del terrore di quello che gli altri possono pensare di noi è un doppio lavoro in cui lascio bollire gli altri».

Beatrice Arnera: “Non mi tengo il cecio in bocca, lo faccio per un motivo”

Un anno fa era nel pieno di una tempesta personale; oggi, invece, si percepisce un’altra Beatrice, più serena e più forte. Lo racconta con lucidità: «Forse ho fatto uno scatto, nella vita. Quando ti liberi di un po’ di rotture di balle, del terrore del giudizio, tutto cambia. È la rivoluzione della vecchiaia: se non mi paga il mutuo, quel pentolone, non mi interessa. Proteggo la mia pace, la mia felicità, mia figlia. Sto diventando una vecchia cinica (insomma, Beatrice, ha solo 31 anni, ndr), ma più in salute».

Nel “Funerale”, Arnera interpreta una donna in preda agli allucinogeni, costretta a mostrarsi un buon partito davanti al futuro sposo, finendo per caso nel ruolo da Joker. Una situazione che lei descrive con ironia e precisione: «Essere una in preda ad allucinogeni a un funerale dove dovevi mostrarti un buon partito per il tuo futuro sposo… è stato assai divertente. Tanto io al campionato di quelle sexy non competo. Gioco in un altro campionato. Mi hanno criticato anche perché mi vedevano sciatta, non abbastanza femmina: cercare la perfezione ogni volta che qualcuno posa lo sguardo su di me è uno sforzo eccessivo che non accetto. Non ho tempo per questa cornice, devo fare le polpette, devo fare la madre. Fatela voi la fatica di contarmi le doppie punte».

La sua vita familiare, segnata dall’eredità artistica della madre soprano e dalla curiosità della figlia, aggiunge un ulteriore tassello alla sua identità. Arnera lo racconta con un sorriso: «Matilde mi ha visto coi capelli azzurri per il film di Tony Pithony, a proposito di personaggi fuori dagli schemi, e mi ha chiesto se di mestiere facessi la sirena. Sì, piccola, faccio anche la sirena. Lei si diverte, io mi divertivo tantissimo quando vedevo mia madre con gli splendidi abiti delle opere che interpretava in giro per il mondo».

Beatrice Arnera: “Ridere abbatte ogni barriera”

La risata, per lei, è un gesto che abbatte differenze e irrigidimenti, un ponte sociale che livella tutto. Lo spiega così: «Sì, abbatte ogni barriera. Dopo un party in lungo e smoking ci alziamo tutti con l’alito cattivo. La risata livella e ridere ci rende tutti meno rigidi: Dio solo sa quanto c’è bisogno di ammorbidirci un po’. È una funzione sociale, per questo far ridere è più complicato, anche nel mio mestiere, che far piangere».

Accanto ai progetti cinematografici e televisivi, Arnera torna anche al teatro con “Intanto ti calmi”, spettacolo che riscrive seguendo il suo ciclo di vita. Lo racconta con la schiettezza che la contraddistingue: «Non so stare ferma e composta, quindi, intanto ti calmi. Lo riscrivo perché i miei spettacoli sono la Gazzetta di Arnera: seguono il mio ciclo di vita e l’anno scorso avevo un po’ di cose da dire che mi riguardavano. Oggi ne ho altre: sono di Acqui, ma ormai sono romana e qui si dice che “non mi tengo il cecio in bocca”. Niente come la verità, anche scomoda, può unire: senza voler ferire, anche se capita di farlo. Senza verità nessun rapporto cresce».

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