Elio Germano: “Noi, un po’ meglio? La famiglia tradizionale non è mai esistita. Premio a Cannes? Un po’ di razzismo verso noi diversamente colorati…”. Elio Germano su Noi, un po’ meglio, e non solo. L’attore romano, 46 anni, è tra i protagonisti del film di Daniele Luchetti (su Netflix dal 29 ottobre), tra commedia e dramma sentimentale, sul tortuoso cammino dell’adozione. Ne parla in una intervista a ‘La Repubblica’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Elio Germano riflette innanzitutto sul concetto di famiglia, che a suo avviso oggi è molto ideologizzato, e racconta come la coppia al centro del film cerchi di costruire una propria idea di nucleo familiare. Spiega che, secondo lui, «La famiglia tradizionale è una narrazione che è stata creata in qualche maniera e poi imposta, ma non esiste nella pratica e non è mai esistita, neanche nel tempo».
Elio Germano: “Noi, un po’ meglio? La famiglia tradizionale non è mai esistita”
Proseguendo, Germano si sofferma sul rapporto tra sé e il personaggio che interpreta, sottolineando quanto siano diversi e quanto questa distanza sia per lui fondamentale nel lavoro. Racconta infatti: «Sì, ed è un bene. Non riuscirei a far passare qualcosa di me attraverso uno che mi somiglia. La maschera è ciò che mi permette l’abbandono, far uscire cose che altrimenti resterebbero nascoste. Nella vita ho grandi difficoltà a esprimermi ed è grazie al lavoro che faccio se riesco a parlare di cose che altrimenti non saprei dire. Mi sento protetto proprio perché non sono io, e allora posso lasciarmi andare».
Entrando nel processo creativo, l’attore racconta come lui e i colleghi abbiano lavorato per raggiungere la naturalezza che caratterizza la recitazione nel film. Spiega che non esiste un metodo rigido da replicare: «Non c’è una modalità riproduttiva in cui si decide cosa bisogna fare e poi si cerca di rifarlo. C’è una continua ricerca. Daniele ci fa girare le scene in direzioni diverse».
Elio Germano: “Premio a Cannes? Un po’ di razzismo verso noi diversamente colorati…”
Questa libertà, aggiunge, non è affatto scontata in una grande produzione internazionale come Netflix. Eppure, in questo caso, il regista è riuscito a mantenere la propria identità artistica: «In questo caso Daniele ha mantenuto la sua cifra. Sono stati molto intelligenti a consentirglielo. È fatto di incertezza, di ricerca. E quando c’è ricerca non c’è subito una garanzia. Bisogna passare per la fiducia».
Infine, Germano torna con la memoria a Cannes, dove con La nostra vita vinse il premio come miglior attore, ex aequo con Javier Bardem. Ricorda quel momento con ironia e sincerità: «Roscio pure lui. C’è anche un po’ di razzismo verso noi diversamente colorati… Mi ricordo la follia di tutto, la mia inadeguatezza a queste cose. E un bellissimo momento in cui con Daniele ci siamo abbuffati di crudité per festeggiare la vittoria. Purtroppo, per l’agitazione, dopo un paio d’ore ho dato tutto di stomaco. Ho pure sprecato un sacco di soldi».
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