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Marco Risi: “Trump come il fesso totale di un film. L’Ultimo Capodanno? Consultai una maga per paura di malefici. Ho un rimpianto per Laura Antonelli”

Marco Risi: “Trump come il fesso totale di un film. L’Ultimo Capodanno? Consultai una maga per paura di malefici. Ho un rimpianto per Laura Antonelli”. Marco Risi su Trump, il flop del film L’Ultimo Capodanno, il rimpianto per Laura Antonelli, e non solo. Il regista milanese, 75 anni, si racconta in una intervista rilasciata a Walter Veltroni per ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Marco Risi ripercorre la sua carriera partendo da L’Ultimo Capodanno, un film che non ebbe il successo sperato. Ricorda come lui e Niccolò Ammaniti cercarono di capire le ragioni di quel rifiuto da parte del pubblico, arrivando persino a consultare la celebre Maga della Maglianella. Risi racconta che «Con Niccolò Ammaniti, che aveva scritto il racconto dal quale avevo tratto il film, non riuscivamo a spiegarci perché il pubblico avesse rifiutato quella storia. Allora decidemmo di consultare la Maga della Maglianella per capire se qualcuno ce l’avesse tirata. Ci aspettavamo una megera, tutta scura, con dei gran gioielli finti, uno sguardo truce e pensavamo vivesse in un sottoscala buio, inquietante. Invece trovammo una signora elegante, tutta vestita di bianco che ci accolse nella sua villa. Le mostrammo fotografie varie ma lei sembrava scettica circa la possibilità che un film potesse essere stato oggetto di un maleficio».

Il discorso si sposta poi sull’immagine di Donald Trump impressa sul dollaro, che richiama un certo tipo di comicità surreale. Risi osserva che «Lui mi fa pensare a Oltre il giardino, il libro di Jerzy Kosinsky poi portato al cinema da un grande regista ormai dimenticato come Hal Ashby e interpretato da quel geniale attore che era Peter Sellers. Ma Trump non somiglia a Chance il giardiniere, dotato di autentico candore, semmai al Presidente degli Stati Uniti, rappresentato nel film come un fesso totale».

Marco Risi: “L’Ultimo Capodanno? Consultai una maga per paura di malefici”

Riflettendo sul suo lavoro, il regista ammette che è passato troppo tempo dall’ultima volta che ha girato un film. Spiega che «È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi».

Quando gli viene chiesto quale sia il film che porta più nel cuore, Risi non ha dubbi: «Mery per sempre perché lo abbiamo girato nella Palermo della fine degli anni Ottanta, quando tutto ribolliva di violenza e di sopraffazione. Ci svegliavamo al mattino con il rumore degli elicotteri e delle sirene delle macchine della polizia che scortavano i magistrati. Realtà e racconto si confondevano».

Il ricordo del padre, Dino Risi, emerge con forza. Il regista lo definisce con un solo aggettivo: «Il primo che mi viene in mente è “difficile”. Nel senso che con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili».

Marco Risi: “Trump come il fesso totale di un film”

Parlando della depressione che colpì molti della generazione di suo padre, Risi ricorda un episodio emblematico: «Lui, quando Vittorio era nell’ombra delle sue tre depressioni, aveva dato il più diretto e assurdo dei consigli: “Vittorio, non ci pensare”. Ma certo mio padre, alla fine della sua vita, era stanco, molto stanco. E non so se si sia aiutato a finirla».

Il ricordo più doloroso riguarda gli ultimi giorni di vita del padre, durante le riprese di Fortapàsc. Risi racconta che «Come fossero ieri. Avevamo appena iniziato le riprese di Fortapàsc a Castelvolturno. Era il tre giugno (2008, ndr). Il quattro arriva mio padre, non lo aveva mai fatto. La ragione, vai a capire se reale, è che in quello stesso albergo si teneva un convegno sul cinema e il mare. In una platea deserta lui raccontò che quando era piccolo suo padre, morto quando lui aveva quattordici anni, lo portò, senza dirglielo, a vedere per la prima volta il mare. Oltre due file di case, in Liguria, il piccolo Dino scoprì questa enorme distesa azzurra. Io mi commossi, gli altri pensavano al buffet. Mangiammo insieme. Lui era insolitamente curioso, voleva sapere tutto delle troupe, del cast. Con Fabrizio Corallo lo abbiamo accompagnato all’ascensore. L’ho abbracciato, lui sempre ritroso, e la porta si è chiusa. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto».

Marco Risi: “Ho un rimpianto per Laura Antonelli”

La conversazione si sposta poi sulla sua relazione con Laura Antonelli, definita una storia insieme magnifica e tragica. Risi ricorda che «Laura era una donna particolare. Non conosceva presunzione, non se la tirava. Era davvero semplice e naturale. Era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato. La prima notte che abbiamo passato insieme io mi sono svegliato e mi sono detto: “Ma davvero io sono qui con lei? È tutto reale?” e poi per sincerarmene ho tirato su il lenzuolo per vederla dormire. Era lei».

Il destino dell’attrice, sola negli ultimi anni, lo colpì profondamente. Racconta che «Sono andato a trovarla con mia moglie Chicca d’Aloja anni dopo a Cerveteri, prima che si trasferisse a Ladispoli. Aveva il braccio che le tremava un po’, era molto gonfia, ma negli occhi aveva sempre la sua luce. Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”. Era una donna molto sensibile, molto generosa, molto timida. Quando lei è morta erano trascorsi trent’anni dal nostro rapporto. Ma mi rimprovero di non esserle stato più vicino».

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