Edoardo Bennato: “Scartato dalla Rai a causa della voce. A 80 anni sono diventato ancora più eversivo”. Edoardo Bennato scartato dalla Rai, e non solo. Il cantautore napoletano, 80 anni il prossimo 23 luglio, ripercorre le tappe della sua carriera in una intervista a ‘Il Messaggero’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.
Edoardo Bennato rivendica da sempre che, citando un suo celebre brano, non sono solo canzonette: e in effetti non lo sono mai state. Ricorda così gli inizi romani: «A Roma nel 1974 cantavo davanti al bar Vanni, in via Col di Lana, dove si riuniva tutta la Rai. Sfottevo il Presidente della Repubblica di allora. E pure il Papa: “Affacciati, affacciati, facci sapere quanto siamo cattivi”. Il massimo della provocazione. Di lì a poco mi sarei ritrovato con Burattino senza fili a battere il record di vendite di Lucio Battisti».
Da quel ricordo si torna indietro di un anno, quando Bennato approdò a Roma dopo una lunga gavetta: «Nel ’73, dopo anni di gavetta, ero riuscito finalmente a ottenere un contratto con la Ricordi e a incidere un disco, “Non farti cadere le braccia”. Quello di “Un giorno credi”, per intenderci. Avevo lasciato Napoli e mi ero iscritto alla facoltà di Architettura a Milano, perché lì c’erano le case discografiche. Pensavo di avercela fatta».
L’illusione però durò pochissimo, come racconta lui stesso: «Dopo due o tre settimane dall’uscita il direttore mi chiamò in ufficio: “Bennato, i programmatori della Rai dicono che la sua voce è sgraziata e che le canzoni non possono passare in radio. Mi faccia il piacere, torni a studiare e si tolga dalle scatole”».
Edoardo Bennato: “Scartato dalla Rai a causa della voce”
Fu allora che decise di tentare il tutto per tutto. «Mi giocai l’ultima carta. Andai qualche mese a Londra, dove mi costruii un tamburello a pedale e il porta armonica, in modo che potessi suonare l’armonica mentre suonavo contemporaneamente la chitarra. Così, da one man band, decisi di mettermi a cantare punk davanti al bar dove i capoccioni della Rai andavano a fare colazione, per farmi notare».
Il piano non funzionò, ma da quell’esperienza arrivò un imprevisto colpo di fortuna: «No. In compenso un giorno passarono dei critici di una rivista musicale dell’epoca, che mi suggerirono di andare a suonare a un festival della sinistra a Civitanova Marche: c’erano Claudio Lolli, De Gregori, Venditti. L’intellighenzia di sinistra vide in me il rappresentante ideale dell’insoddisfazione giovanile. Ma io spernacchiavo tanto “Faccetta nera” quanto “Bandiera rossa”. Ero un anticonformista». Oggi, a 80 anni, Bennato rivendica di non essersi addolcito affatto: «Macché. Divento sempre più eversivo, iconoclasta. La musica, l’arte in generale, è legittima difesa dalla cretinaggine imperante».
Edoardo Bennato: “A 80 anni sono diventato ancora più eversivo”
E quando si parla di attualità, il giudizio resta netto: «Viviamo in una situazione di disfacimento culturale totale. La cretinaggine è sorella gemella della violenza. Il Papa ci prova a fare discorsi: “Siamo tutti fratelli e sorelle, gli echi di guerre che arrivano anche oggi…” (imita la voce del Papa, ndA). Fa un resoconto della giornata, ma non serve a niente. Bisogna essere pragmatici. Guardare, per esempio, la classifica mondiale della qualità della vita: al primo posto c’è Vancouver, poi Oslo, Copenaghen. All’ultimo Lagos, Nigeria. Bisogna cercare di eliminare quanto più possibile le differenze in seno alla famiglia umana. Bergoglio mi ricordava Maradona. Aveva un intuito animalesco. Lui sì che era un pragmatico. Era il Maradona della Chiesa: tutti e due argentini, non a caso. Non parlava di vita eterna, ma di questa vita: “Godetevela”».
Il ricordo di Maradona riporta a una serata romana del 1998: «Eravamo venuti a registrare una puntata del programma “Una vita in musica” di Gianni Minà. Al ristorante, ad un certo punto, non lo vidi più. Poi mi voltai: girava tra i tavoli distribuendo 50 mila lire a tutti. Si sentiva in debito con il Padreterno: doveva restituire quello che aveva avuto dalla vita. Dal ristorante ci spostammo poi all’Olimpico per andare a vedere il derby Roma-Lazio. Nei sottopassaggi vide a terra un tappo di bottiglia: non resistette alla tentazione di dargli un calcio. Era un eterno bambino».
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